Insulti e botte a moglie e figli: pena di 3 anni a un imprenditore

9 Febbraio 2023

Dopo oltre un decennio di angherie subite, la donna si è rivolta al Gruppo antiviolenza del tribunale Secondo l’accusa, una volta separati, il marito la controllava con il gps installato sulla macchina

PESCARA. Maltrattata, picchiata, costretta ad assistere anche alle violenze contro i suoi tre figli minorenni, controllata in ogni suo spostamento per oltre dieci anni da un marito e padre padrone che il gup di Pescara, Giovanni de Rensis, ha condannato con rito abbreviato a 3 anni di reclusione per maltrattamenti e stalking.
La coppia, prima convivente, alla nascita del primo figlio decide di sposarsi anche se le cose non vanno proprio bene. Il tutto precipita quando arrivano gli altri due figli. Per la donna la vita diventa insostenibile e, dopo molte titubanze legate al fatto di voler salvare la famiglia, alla fine decide di rivolgersi al Gruppo anti violenza, in tribunale.
«L’imputato», scrive il giudice, «ha posto in essere, per un lasso temporale insorto all’incirca all’inizio del 2010 e protrattosi sino alla primavera del 2020 (anche se il capo di imputazione allunga la consumazione dei reati fino all’aprile del 2022 ndr), con conseguente innegabile abitualità, condotte tese all’imposizione ai danni delle persone offese di un regime di vita vessatorio, mortificante e insostenibile, con una condotta lesiva dell’integrità, della libertà, dell’onore e del decoro dei soggetti passivi».
La donna, con la famiglia di origine al nord Italia e senza mezzi di sostentamento, veniva costantemente insultata dal marito, un imprenditore locale, con epiteti del tipo “pazza, mongoloide, handicappata di merda", espressioni che la parte offesa subiva passivamente, «arrivando persino», si legge nell'imputazione, «a credere che il coniuge avesse ragione; l’atteggiamento nervoso ed aggressivo del prevenuto (insofferente agli impegni familiari) si riversava spesso anche contro i tre figli, fatti oggetto di insulti dello stesso tenore di quelli usati contro la moglie e soprattutto di percosse». È a questo punto che la donna, temendo di non essere creduta su quanto accadeva, iniziò a registrare il marito e a scattare foto ai piccoli picchiati «per non passare da visionaria come il coniuge sosteneva», scrive l’accusa. E anche dopo che il marito decise di separarsi, la donna fu oggetto di «persecuzioni»: controllata dai familiari di lui che abitavano nello stesso stabile, e dallo stesso imputato che, tramite il gps installato sull’auto in uso alla donna, seguiva ogni spostamento della stessa, spesso arrivando anche a portarle via l’automobile parcheggiata e lasciandola a piedi. Ed ecco le registrazioni audio acquisite dalla procura su come l'uomo si rivolgeva ai figli non ancora adolescenti: «Disgraziata, stronza», dice l’uomo, e la figlia risponde dicendo di non respirare; «Mangia, mangia, se non mangi ti massacro con le mani mie», e quando la vittima si rivolge al padre chiedendogli se le vuole bene, l’imputato risponde così: «Io mo' ti sgrano di botte, no di baci, ti disintegro pezzo pezzo», mentre la bambina chiede aiuto alla mamma.
Per il giudice i due reati contestati sussistono in pieno, e a nulla sono valsi i whatsapp prodotti dalla difesa dell’uomo: «Il fatto che una donna», scrive il giudice, «invii al proprio compagno messaggi del tenore "ti amo, sono stata una stupida, ho sbagliato tutto, perdonami", non fornisce alcuna prova contraria alle prove acquisite delle violenze e degli insulti inferti dal compagno alla donna».