«Io, abusivo, voglio solo lavorare»

Dopo lo sgombero del parcheggio all’ospedale, Camillo Spinelli chiede di essere messo in regola
PESCARA. Dove avevano giardino e parcheggio adesso non possono più entrare: una rete, dallo sgombero della scorsa settimana, divide la proprietà della famiglia di Umberto Spinelli, dall’area comunale in uso per anni dalla sua numerosa famiglia. «Un nucleo familiare di 16 persone, non un clan», sottolinea il primogenito Camillo, a 41 anni padre di 7 figli tra i due e i 23 anni, «una famiglia che può avere fatto degli sbagli, come mia moglie Nella, ma solo e sempre per dare da mangiare ai figli». È proprio Camillo a raccontare: «Il parcheggiatore, nell’area che ci sono venuti a togliere con tutte quelle forze dell’ordine che sembrava una guerra, lo facevo io, a offerta, con tanta gente che mi dava una mano. Hanno iniziato da soli a mettere le macchine in quell’area che ci aveva lasciato una signora molto facoltosa che abita qui vicino, molto prima dell’esproprio del Comune nel 2006. Noi l’abbiamo bonificata, ripulita, abbiamo piantato gli alberi e io ho iniziato a “guardare” le macchine. Perché ho bisogno di lavorare. È vero, mia moglie ha fatto degli sbagli e sta ancora pagando, ma sempre per dare da mangiare ai bambini. Per questo chiedo al sindaco, se è coerente, di affidare a me o a mio figlio maggiore il posto da parcheggiatore quando sarà pronta l’area. Ci vogliamo mettere in regola, fateci lavorare». Accanto a lui la sorella Daniela Spinelli, che da tre anni, racconta, si è iscritta alle liste di collocamento senza mai essere chiamata. «C’è mia nipote che va a scuola, fa l’Alberghiero, l’estate va a lavorare, non possiamo essere sempre etichettati, ci distruggono ogni volta». Ma la paura vera, per gli Spinelli di via Fonte Romana eredi di Camillo, il capostipite scomparso nel 1987 «che aveva il bar D’Amico di fronte a San Cetteo», è la confisca della casa dopo che anche la Cassazione ha bocciato il ricorso al sequestro, scattato sulla base della legge antimafia che toglie i beni a chi è sconosciuto al fisco e non può dimostrare come li ha ottenuti. Ma su questo Umberto Spinelli («qualche furto ma di vent’anni fa»), non si dà pace: «Ho comprato questa casa a 120 milioni, 25 anni fa, con i 150 milioni che avevo ricavato dalla vendita al parroco don Giuseppe, della casa a Villa del fuoco che mi aveva comprato mio padre con dieci milioni. Adesso la Finanza mi chiede da dove ho preso quei dieci milioni di lire iniziali. Me li ha dati mio padre: e che tra padre e figlio si scrive, quando si dà?». (s.d.l.)
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