«Io, donna al governo Così combatto per salvare le imprese»

7 Marzo 2023

Il sottosegretario Fausta Bergamotto si racconta a “Storie” «Meloni mi ha detto all’orecchio: qui c’è tanto da fare»

PESCARA. «L’emozione più ricorrente delle mie giornate è la paura di non riuscire a dare risposte: avere la responsabilità di tanti posti di lavoro a rischio è sempre un motivo di preoccupazione». Così dice Fausta Bergamotto, sottosegretario di Stato alle Imprese e al Made in Italy, l’unica donna abruzzese al governo. È stata la premier Giorgia Meloni a volerla nella sua squadra: «Guarda Fausta, dobbiamo combattere», le ha detto la premier un istante dopo il giuramento.
Bergamotto, aquilana, si dice paladina del «merito, professionalità e competenza»: è avvocato specializzato in diritto europeo; dal 2004 è stata dirigente e funzionario alla presidenza del Consiglio dei Ministri per affari legali e risorse umane; dal 2019 al 2022, con il primo mandato del sindaco Pierluigi Biondi di FdI, è stata assessore al Comune dell’Aquila con delega a società partecipate, personale e avvocatura. E, adesso, deve affrontare crisi e riconversioni industriali: tra le sue mani passa il destino di 90mila posti di lavoro a rischio in Italia. È Bergamotto un altro ospite di “Storie - Le Emozioni della Vita”, il programma di Rete8 in collaborazione con il Centro in onda stasera alle ore 21 per la regia di Antonio D’Ottavio.
Unica donna di governo d’Abruzzo: quando è stata chiamata per fare il sottosegretario, cosa ha pensato?
«Giorgia Meloni mi ha telefonato personalmente per darmi la notizia. Io non sono una politica di professione e l’ho vissuta come una grande emozione: non ho dormito e mangiato per 15 giorni. Ci è voluto tempo per alleggerire la tensione».
E cosa le ha detto la Meloni?
«Mi ha detto: “Prima che tu lo apprenda dalla stampa, voglio che tu faccia parte della mia squadra di governo. Conto su di te”. E io le ho risposto che ero onorata e che avrei svolto l’incarico con coscienza e determinazione. Sapevo che ero stata indicata per quel ruolo ma tra l’essere indicata e ricevere la chiamata della premier ce ne passa».
Domani è la festa della donna: c’è più da festeggiare o da riflettere?
«Una maggiore presenza femminile nei ruoli decisionali è auspicabile: potrebbe risollevare sia il livello morale che l’efficacia produttiva della classe dirigente perché, storicamente, le donne sono meno coinvolte nei processi di corruzione. Ma non sono un’appassionata di quote rosa: le pari opportunità vanno costruite nel punto di partenza. Pensare soltanto al numero significa livellare la questione verso il basso: bisogna pensare al valore delle singole persone, al merito, alla professionalità, alla competenza, senza attenzione al genere».
Lei, parlando alla Confindustria, ha detto che «le donne sono resilienti, hanno il problem solving a portata di mano e sono multitasking»: come vede le donne di oggi?
«In una giornata le donne sono abituate a fare il doppio delle cose che fa un uomo e sono sempre risolute, non perdono tempo. Ma spesso le donne sono le prime a sacrificare la professione per la famiglia. Però, le donne sanno reinventarsi sempre».
E la politica è un microcosmo a parte oppure anche in questo ambiente le donne devono sgomitare un sacco per arrivare nei posti importanti?
«In questo governo, io rappresento un esempio e non solo l’unico: non sono una politica di professione ma nel mio cammino ho incrociato la politica, probabilmente per quello che ho fatto. Per esempio, all’Aquila, avevo la delega alle società partecipate e adesso hanno tutte il bilancio in attivo. Essere riconosciuta per capacità ha fatto sì che qualcuno come il presidente Marco Marsilio, il coordinatore regionale di FdI Etel Sigismondi e lo stesso sindaco Biondi mi abbiano proposto per fare il sottosegretario: non ho dovuto sgomitare, ha prevalso il merito. In passato non so se è stato così».
Merito e competenza dovrebbero essere la normalità: perché ci appaiono criteri straordinari?
«Perché finora non è stato così e magari in passato hanno prevalso logiche di partito e territoriali. La legge elettorale ne è un esempio: gli elettori non possono scegliere il proprio candidato ma sono i partiti a indicare i rappresentanti».
C’è una qualità della Meloni che vorrebbe avere anche lei?
«È instancabile: non so come faccia. È premier, madre, donna. La ammiro perché è una guerriera: una persona forte e determinata. Ed è reale: è così come si vede. E poi aggrega tantissimo, le sue espressioni in romanesco stemperano tensioni».
Se potesse dare un consiglio alla Meloni, cosa le direbbe?
«Ma sono io che ho bisogno dei suoi consigli».
E allora cosa le ha detto la premier?
«Il giorno del giuramento mi ha sussurrato all’orecchio: “Qua dobbiamo lavorare tanto, quindi non ti risparmiare”. Poi mi ha detto che avremmo dovuto combattere a causa del momento storico tra post pandemia, guerra e crisi economica, ma anche per i tanti pregiudizi da superare: sentirsi sempre tacciati come fascisti è antipatico. Non è più il momento di parlare in questi termini ma spesso gli avversari politici lo fanno».
Anche alla guida del Pd c’è una donna: Ellie Schlein. Che ne dice?
«Sono contenta perché è una donna ma, senza permettermi di giudicare, la trovo un po’ social-confusa. È molto lontana dal mio pensiero e, credo, anche da quello degli esponenti cattolici del suo partito».
Quindi, con la Schlein finirebbe a litigare?
«Io non litigo mai, discuto e ascolto sempre gli avversari: anche quando le idee sono lontanissime, c’è sempre qualcosa di positivo nell’ascoltare. E poi avere idee diverse è legittimo».
C’è un’altra donna in politica, nazionale o locale, che lei ammira?
«Ursula von der Leyen, il presidente della Commissione europea: la apprezzo anche se ha fatto scelte che non condivido».
E in passato a chi si ispirava?
«C’è stato un periodo, quando ero piccola, che osservavo Elena Marinucci Mariani, sottosegretario dell’Aquila, una socialista: il fatto che una donna dell’Aquila rivestisse quel ruolo era importante per me».
E ora è lei il sottosegretario d’Abruzzo: è più un onore o un onere?
«È un onore rappresentare il governo nazionale; ma è anche un onere perché sento tutta la responsabilità di questo incarico sulle mie spalle, mi occupo di crisi di impresa e riconversione industriale: quando mi sono insediata ho trovato tavoli di crisi aperti per un totale di 90mila posti di lavoro che ballano. Sapere che ci sono persone che rischiano un posto, persone che hanno una storia e una famiglia, non mi permette di astrarmi».
E un uomo che ammira?
«Aldo Moro: ho vissuto il periodo del suo rapimento e dell’uccisione e ricordo mio nonno sempre davanti al televisore; poi ho approfondito la sua vita. Altri esempi sono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: dopo gli attentati volevo fare il magistrato. E poi, non da ultimo, anche il Presidente Sandro Pertini».