«Io, scalpellino come i miei nonni: ora insegno il mestiere ai giovani»

Claudio Di Biase, artista di Lettomanoppello, racconta la vita da scultore Dal lavoro nella bottega di famiglia fino a crisi e rinascita dell’artigianato
LETTOMANOPPELLO. «Dormivano mescolati i carrettieri di Letto Manoppello, grandi e panciuti». Così nel 1902 “Le novelle della Pescara” di Gabriele D’Annunzio descrivono i cavatori di Lettomanoppello, che trasportavano fino a Pescara la pietra della Majella, vero e proprio vanto della cittadina della Val Pescara che oggi conta circa 2.700 abitanti. Non è quindi un caso che il comune sia noto come “città della pietra”, avendo dato i natali a un grande numero di scalpellini. Tra questi, è oggi ancora attivo l’instancabile Claudio Camillo Di Biase, scultore classe 1956 e proprietario, a Lettomanoppello, della bottega di lavorazione artigianale della pietra “La bobba”, con il quale abbiamo parlato dell’affascinante mestiere dello scalpellino.
Signor Di Biase, può dirci come nasce la sua bottega?
«Ricordo che, quando ero bambino, il mio bisnonno lavorava già nel laboratorio “La bobba”, di cui era proprietario, ma in seguito mi è stato spiegato che l’attività è ancora più antica. Il mio bisnonno era un grande cavatore e scalpellino: infatti i miei familiari, prima di essere scultori, erano minatori, e si rifornivano di materiali petrosi sul monte della Majella. Il nostro rapporto con questa montagna, e con la roccia che ancora oggi ci fornisce, è quindi sempre stato speciale, tant’è che quando si andava cavare, si diceva “Majella madre, donaci la tua pietra, perché noi dobbiamo lavorare per vivere”. Dopo il mio bisnonno, l’attività è passata in mano a suo figlio, e da questi a mio padre, fino ad arrivare a me: abbiamo quindi continuato a portare avanti la tradizione familiare, anche se io sono stato il primo ad abbracciare le tecnologie più moderne».
A proposito di nuove tecnologie, in quale modo è cambiato il suo lavoro con la modernizzazione degli strumenti che utilizza?
«Fino a non molto tempo fa scolpire la pietra era un’arte prettamente artigianale e la lavorazione dei minerali era un’attività fisicamente probante; anche gli attrezzi da lavoro erano fatti a mano, ed erano costruiti per durare il più a lungo possibile, tant’è che io possiedo ed utilizzo ancora gli arnesiche appartenevano ai miei avi. Mi preme sottolineare che gli utensili moderni sono soltanto la versione meccanizzata di quelli più antichi, con i quali condividono il principio di funzionamento: gli strumenti odierni semplificano però il lavoro dal punto di vista fisico. Anche il trasporto della roccia, a differenza di oggi, era una mansione artigianale; sfruttando il principio della leva, i massi di pietra venivano trasportati in bottega, quindi da essi si ricavava il manufatto commissionatoci».
Ha parlato di commissioni: chi erano, inizialmente, i clienti de “La bobba”?
In passato le richieste di lavoro riguardavano soprattutto restauri: città ricche di storia come Chieti e L’Aquila ci incaricavano spesso di compiere interventi di riqualificazione urbana. Con lo svolgersi del tempo, c’è stata una riscoperta dei manufatti in pietra, quindi abbiamo cominciato a realizzare su richiesta, ad esempio, oggetti di arredo per la casa come stipiti e caminetti; in generale lo scalpellino scolpisce tutto ciò che è possibile creare con la pietra o con il marmo: realizzare un prodotto è soltanto questione di visione creativa».
E oggi chi sono i vostri committenti?
«Purtroppo adesso la situazione è molto cambiata, e in peggio: non c’è grande richiesta, non c’è ricambio generazionale, è peggiorato il sistema lavorativo, tutto ciò a causa di decisioni politiche che non tengono conto delle necessità e delle esigenze dell’arte scultorea e dell’artigianato in generale».
Si riferisce a politiche adottate a livello locale?
«Non solo, queste problematiche si estendono anche a livello regionale e nazionale. In apparenza sembra che i “vecchi mestieri”, che stanno sempre più sprofondando nel baratro, siano oggetto di particolare attenzione da parte della politica italiana, ma in realtà vengono tirati in ballo soltanto quando fa comodo; in questi casi si fanno tante belle promesse, a parole, e magari si organizzano iniziative a favore dell’artigianato, però quando non serve più speculare sull’argomento le luci della ribalta si spengono, e chi si è visto si è visto…».
Ha parlato delle difficoltà che oggi affliggono il mondo della manifattura. Come queste problematiche si sono ripercosse sulla vita in paese e sulla sua struttura economica e sociale?
«Un tempo, Lettomanoppello era un paese di artigiani: vi lavoravano scalpellini, muratori, fabbri, falegnami. Oggi tutte queste professioni purtroppo appartengono al passato; questo è uno dei motivi per cui ho deciso di continuare a portare avanti l’attività di famiglia, in ricordo dei miei antenati, che hanno fondato “La bobba” nel 1835».
In riferimento alla sofferenza del settore lavorativo in cui opera, ha mai promosso iniziative che mirassero a coinvolgere i più giovani?
«Ho sempre realizzato progetti che consentissero anche alle nuove generazioni di scoprire ed imparare ad apprezzare il lavoro dello scalpellino, a partire dal coinvolgimento delle scolaresche locali in attività di laboratorio che avessero come oggetto la lavorazione della pietra. Inoltre, da alcuni anni ormai la mia è una bottega aperta a tutti quelli che vogliono cimentarsi in quest’arte: nei corsi che tengo ho avuto come apprendisti giovani artisti provenienti da tutta Italia, e non solo, infatti anche i turisti stranieri dimostrano interesse per la professione, penso a olandesi, belgi, tedeschi… in generale però, se devo essere sincero, credo che non ci sia grande attenzione per il mestiere».
Forse è proprio chi viene dall’estero ad essere maggiormente affascinato dal mondo della scultura in pietra. Può confermarlo?
«Assolutamente, i turisti stranieri sono quelli che mostrano più interesse, anche rispetto a noi italiani, ma sinceramente non saprei quali possano essere le cause di questo fenomeno».
Quale è la sua opinione riguardo le “10 giornate in pietra”, la manifestazione organizzata dal Comune di Lettomanoppello che punta a promuovere il valore della manualità e della lavorazione della pietra della Majella?
«Sono un fautore delle “10 giornate in pietra”, però vorrei proporre una riflessione».
Prego, dica pure.
«Mentre il Comune organizza queste 10 giornate io lavoro con la pietra 365 giorni all’anno. Secondo me, quindi, non c’è interesse nel valorizzare il mestiere, se ci limita ad organizzare un evento e poi, per il resto dell’anno, ci si dimentica che gli scalpellini esistono. Mi pare che così ci si limiti a sfruttare il ritorno mediatico che quest’arte garantisce».

