Ius soli, sì di Guardiagrele «Da noi un segno di civiltà»

Oggi festa nella scuola con le testimonianze di cento bambini nati nel borgo Il sindaco Dal Pozzo: ragazzi pienamente integrati nella nostra comunità
GUARDIAGRELE. «In Marocco, il mio Paese d’origine, oggi mi sentirei straniera», dice Bouchra, «ma non in Italia. Vivo a Guardiagrele da 17 anni, mio marito Mahjoub è qui da 21 anni. Mio figlio più piccolo, Amir, frequenta la quinta elementare e a tutti gli effetti è uno di qui. È stato uno degli ultimi nati nell’ospedale di Guardiagrele, dieci anni fa, prima che chiudessero la Ginecologia. Sì, ci sentiamo guardiesi». E come Bouchra, Giulietta, albanese: «Klea, 10 anni la prossima settimana, e Kevin, 7, i miei due figli, sono nati a Ortona. Sono da considerare italiani a tutti gli effetti. Mio marito Arjan, da 20 anni è a Guardiagrele, io da 12. Qui stiamo bene, la nostra famiglia si è integrata in questo luogo. Chi più di noi è convinto di essere cittadino italiano?».
Una iniziativa originale. Due storie, due ambizioni, due testimonianze tra le cento che saranno illustrate oggi, alle 18, nella scuola elementare di via Cavalieri in occasione della “Festa della cittadinanza” che l’amministrazione comunale organizza come «segno di civiltà tra le tante osservazioni fuori luogo sul tema dello ius soli», spiega un volantino diffuso tra gli insegnanti sul quale campeggia una vignetta con un adulto che chiede all’alunna con lo zainetto sulle spalle: “Nella tua scuola ci sono stranieri?” e la piccola che risponde: “Non so, nella mia scuola ci sono solo bambini”.
Tra integrazione e separazione. Insomma: sì alla cultura dell’integrazione, no a quella della separazione. Anche se la prima vive un periodo difficilissimo. «Dai dati dello Stato civile del Comune», dice il sindaco Simone Dal Pozzo, «rileviamo che a Guardiagrele ci sono circa 100 residenti nati in Italia da genitori stranieri. Non sappiamo quanti di questi avrebbero diritto alla cittadinanza italiana se la legge sullo ius soli fosse approvata. Stiamo parlando comunque di ragazzi integrati, che frequentano le nostre scuole, che parlano italiano e che, anche grazie a questo “riconoscimento”, potrebbero sentirsi parte ancora più viva della comune cittadinanza». E visto che la discussione sullo ius soli risente anche di una grande confusione dovuta alla mancata conoscenza della legge, ecco che è stata allestita la “Giornata della cittadinanza”. «Questa è una battaglia di civiltà», riprende il sindaco Dal Pozzo, «e poiché ogni battaglia di civiltà è un fatto educativo, è giusto incontrarci a scuola».
L’opinione delle presidi. «Questa iniziativa», sostiene Daniela Marsibilio, dirigente del circolo didattico Modesto Della Porta, in via Cavalieri, «è un’occasione di riflessione e condivisione per la nostra comunità sui principi alla base della convivenza e dell’accettazione dell’altro. Il dibattito sull’utilità dello ius soli e dello ius culturae viene superato quotidianamente dalla pratica della “vera cittadinanza“ che avviene in tutte le scuole. Tutti i ragazzi», sottolinea Marsibilio, «apprendono, si relazionano, rispettano regole condivise secondo i principi della Costituzione, senza sentirsi diversi per nascita o provenienza. La cittadinanza per noi educatori non è solo un riconoscimento giuridico, ma significa vivere insieme pur nella diversità di origine, crescere nel rispetto reciproco, aiutare chi è in difficoltà. Tutto questo vuol dire essere alunno oggi e cittadino domani». Secondo Alba Del Rosario, preside dell’Istituto omnicomprensivo Nicola da Guardiagrele di via Farina, «abbiamo invitato le famiglie a partecipare alla Giornata della cittadinanza per avere riflessioni su questo argomento e per dare un segnale affinché, se lo condividiamo, si possa accelerare l’approvazione della legge».
Studenti e insegnanti. Marcela Davidhi ha 16 anni e frequenta il terzo anno dello scientifico. È nata in Albania, a Fier, vicino Valona e a cento chilometri dalla capitale Tirana, ma abita a Guardiagrele da quando di anni ne aveva 4. Ha un fratello, Daniel, di 10 anni. «Mi sono ambientata bene qui», racconta, «ho tanti amici ma attendo con ansia la possibilità di diventare cittadina italiana così come aspettano i miei genitori». E i ragazzi e gli insegnanti “italiani” della stessa scuola di Marcela? Per Agnese Adorante, studentessa della seconda A dello Scientifico, «la concessione della cittadinanza è stata sempre oggetto di controversie in ogni tempo. Uno degli ultimi imperatori romani, Caracalla, emanò un editto in cui stabiliva che tutti i residenti del territorio romano sarebbero stati considerati cittadini romani: questa legge riuscì a rendere più unito l'impero». Secondo la professoressa Elsa Flacco, «se dopo 18 anni discutiamo ancora di questi argomenti, significa che non riusciamo a fare tesoro della lezione del passato, e che abbiamo da imparare dai saggi e realisti romani dell’antichità», mentre per Andrea Massaro, studente della seconda B dello Scientifico, «ogni bambino deve nascere in una società accogliente e non respingente, che non faccia distinzioni inutili. Un bambino deve avere una patria: poi spetterà a lui, una volta diventato adulto, decidere se restare nella sua prima casa o se andare a vivere in un altro Paese. So di bambini e ragazzi che conoscono la lingua italiana e addirittura i dialetti alla perfezione ma ai quali viene negata la cittadinanza la quale non dovrebbe essere uno strumento di esclusione ma un punto di stabilità».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

