«Jeeg Robot, eroe di borgata»

Intervista a Mainetti regista del film ispirato al cartone animato
ROMA. Metti un supereroe a Tor Bella Monaca. Senza calzamaglie e raggi laser. Un pregiudicato di borgata, yogurt e film porno dipendente, che un bel giorno, nel tentativo di sfuggire alla polizia che gli sta alle calcagna, finisce nel Tevere, dove s’imbatte in una sostanza radioattiva che gli regalerà una forza smisurata, rendendolo capace di sradicare un bancomat e di portarselo a casa, sotto braccio, come fosse un filone di pane. È evidente che non salverà l’umanità da pestilenze o attacchi alieni, ma non per questo sarà meno super, «perché di eroi, oggi, abbiamo bisogno tutti». Parola di Gabriele Mainetti, classe 1976, noto per due pluripremiati corti, che firma la regia di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, in uscita nelle sale di tutta Italia oggi.
Il protagonista di questo film singolare, che miscela azione, attualità e manga giapponesi per raccontare un noir metropolitano in salsa fantasy, è Enzo Ceccotti (interpretato da Claudio Santamaria), che da un anonimato fatto di piccoli furti per sbarcare il lunario, si ritroverà per caso e suo malgrado, a diventare un supereroe, soprattutto grazie a una donna molto fragile e un po’ matta, Alessia (Ilenia Pastorelli) che in lui vedrà l’Hiroshi dal cui mito non si è mai riuscita ad affrancare.
Mainetti: un supereroe iconicamente indelebile nell’immaginario collettivo e tre antieroi di borgata. Un mix in cui tutto può succedere…
«Era da sei anni che volevo raccontare questa storia. Il soggetto è infatti del 2010, ma il film ha avuto una gestazione complicatissima, perché nessuno era pronto a scommetterci. I produttori a cui mi rivolgevo mi dicevano senza mezzi termini che era un’operazione assurda. Temevano sarebbe stato un flop al botteghino».
Però non ha mollato.
«Certo, perché la forza del film sta nei personaggi, che hanno un’identità ben precisa e strutturata. Enzo è cupo, Alessia è per certi versi l’arcobaleno che entra nella sua vita, Zingaro è un folle. Nella scrittura del soggetto ci siamo concentrati molto sulle loro sfaccettature, sulle complessità e le debolezze, perché non volevamo che il pubblico li guardasse con fare compassionevole, o peggio ancora da una prospettiva borghese. Il nostro obiettivo era quello di renderli capaci di appassionare, e, almeno stando a quando vedo in giro per l’Italia durante le varie anteprime a cui partecipiamo, dovremmo avercela fatta. Non era facile, perché rischiavamo di infilarci in un settore di genere, invece il cinema oggi, per fare breccia, deve parlare di contemporaneo».
Cosa l’ha guidata nella scelta degli attori?
«La trasparenza emotiva. Claudio Santamaria è un amico. Abbiamo studiato insieme teatro e ci confrontiamo spesso. Gli avevo fatto leggere la sceneggiatura per sapere cosa ne pensasse e lui si era detto entusiasta. Però quello di Enzo Ceccotti non mi sembrava un personaggio nelle sue corde».
Però poi...
«È accaduto che dopo due o tre provini ci siamo intesi alla perfezione. È riuscito a rendere tangibile quella corazza che nasconde all’interno un nucleo di fragilità. Anche per questo ha accettato di buon grado di ingrassare venti chili per rendere più credibile tutta la storia. Con Luca Marinelli, ci siamo lanciati in una scommessa. Non aveva ancora girato il film di Caligari e ai provini mi era sembrato un timido, un’anima candida e sperduta finita nel tritacarne di questo universo non sempre gradevole che è il mondo dello spettacolo. E invece è stato bravissimo a dare a Zingaro tutta la follia e le fratture che gli suggeriva la nostra scrittura. Ilenia Pastorelli, invece, aggiunge un tocco neorealistico».
La storia di Jeeg si presta anche alla serialità. Non la sfiora l’idea di una fiction?
«In verità me lo hanno già proposto. Vediamo, non ho fretta. Però non mi dispiacerebbe affatto dare un futuro ai miei antieroi».
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