L’Abruzzo delle montagne è già senz’acqua. Ma ora anche il Morrone è a rischio

A “31 minuti” la grande sete della regione e l’assalto alle sorgenti e alle falde È allarme per una galleria di undici chilometri in una zona ricca di risorse idriche
PESCARA. L’Abruzzo è la regione del Gran Sasso, della Maiella, del Morrone ma è ancora emergenza acqua anche se siamo a novembre inoltrato. Nella regione delle sorgenti limpide, la stessa però che vanta una dispersione idrica al 62% con un picco del 71% a Chieti, nelle case di tanti abruzzesi manca ancora l’acqua di notte. E all’orizzonte c’è un progetto che potrebbe cambiare, una volta per sempre, l’equilibrio idrico dell’Abruzzo: bucare il Morrone per oltre 11 chilometri. Una galleria più lunga del traforo del Gran Sasso destinata ai treni tra Pescara e Roma, lanciati a 160 chilometri orari. Ma quel tunnel, a ridosso delle sorgenti del Giardino, potrebbe stravolgere la mappa dell’acqua abruzzese. “Senz’acqua”, è il titolo della settima puntata di “31 minuti”, settimanale di approfondimento giornalistico di Rete8 in collaborazione con il Centro che va in onda questa sera alle ore 22. La grande sete dell’Abruzzo, l’assalto alle sorgenti, le falde a rischio: sono questi i temi al centro della puntata. La regia è Danilo Cinquino e Antonio D’Ottavio, le riprese sono di Luigi Cinquino. Nella rubrica Inchiostro digitale, Erika Gambino racconta l’emergenza idrica nelle campagne.
Il progetto della galleria nel Morrone, adesso, è una linea rossa tratteggiata che lambisce i comuni di Tocco da Casauria, Bussi e Popoli: così appare nelle carte del raddoppio della linea ferroviaria Pescara-Roma, una grande opera per diminuire i tempi di percorrenza da 3 ore e 40 minuti di oggi a circa due ore e mezza, a fronte di un investimento di 16 miliardi di euro. Ma, sotto quel disegno di Rfi, ci sono milioni di litri d’acqua che dissetano Pescara, Chieti e tutta la Val Pescara. Tra Pratola Peligna e Scafa sono previsti due tunnel per i treni, il primo di quasi 10 chilometri, per la precisione 9 chilometri e 800 metri, e il secondo, di un chilometro e 400 metri. Secondo i documenti di RfI, i lavori nel tratto Pratola Peligna-Scafa costerebbero 930 milioni oppure ancora di più, 1.230 nel caso di tunnel unico. Per ultimare i lavori in questa parte ci vorrebbero almeno sette anni e mezzo.
La galleria più lunga, quella di quasi 10 chilometri, interessa il Monte Rotondo, un massiccio della catena del Morrone di 2.064 metri di altezza ricchissimo di acqua sorgiva: proprio sul Monte Rotondo si contano almeno dieci sorgenti che forniscono acqua tutto l’anno, anche nelle annate più calde e secche. Secondo la relazione idrogeologica del Piano di tutela delle acque della Regione, il Monte Rotondo alimenta «il corpo idrico sotterraneo principale» del Morrone. E allora, dopo i danni inferti al Gran Sasso con il traforo – con il doppio tunnel la falda si è abbassata di 600 metri, da 1.600 a mille, con la scomparsa di tutte le sorgenti superiori ai mille metri – un altro traforo, stavolta nel comprensorio del Parco nazionale della Maiella, genera allarme. Giovanna Brandelli, presidente dell’Aca, l’azienda acquedottistica che serve 64 comuni compresi Pescara, Montesilvano, Chieti e Silvi, chiede «dati certi» prima di fare i lavori e chiede di valutare «un tracciato alternativo»: ma tra le righe delle dichiarazioni di Brandelli, ingegnere promosso dalla politica bipartisan, si coglie la preoccupazione. Nelle parole del sindaco di Popoli, Moriondo Santorio, questa preoccupazione diventa «spavento»: bucare il Morrone, dice, «è un’opera folle». L’ambientalista Augusto De Sanctis era stato il primo, nel 2020, a lanciare l’allarme sulla galleria del Morrone: a distanza di 4 anni non ha cambiato idea, anzi la sete dell’Abruzzo che è cresciuta sempre di più lo porta a dire che un’opera del genere «è pazzia». Dice De Sanctis che sarebbe come replicare gli errori già fatti con il Gran Sasso, errori che tornano a galla ancora oggi.
La stessa relazione che parla del Morrone come un bacino imbrifero dalle proporzioni rilevanti, ricorda anche il precedente del Gran Sasso: «Chiaramente le gallerie autostradali hanno interferito in maniera permanente sull’equilibrio idrogeologico dell’area». In quello scenario di milioni di litri d’acqua persi per sempre, nel 2000 il governo Berlusconi voleva realizzare anche il terzo traforo del Gran Sasso per aumentare la sicurezza ai Laboratori nazionali di fisica nucleare, attivi dal 1987 per studiare le particelle delle materia. Contro quel progetto, si è mobilitato l’intero Abruzzo: alla prima protesta di Assergi c’erano appena 600 persone; poi, il popolo dell’acqua è cresciuto e, nel 2002, a Pescara a manifestare c’erano 8mila persone al grido di “giù le mani dal Gran Sasso” e poi 60 comuni, tre province e tre comunità montane. Una mobilitazione che non ha precedenti in Abruzzo. E il progetto della galleria nel ventre del Morrone potrebbe riaccendere la discussione con i comitati pronti a tornare in piazza. E mentre si pensa alle opere pubbliche del futuro, l’Abruzzo fa i conti con l’acqua che non c’è: domani, 16 sindaci incontreranno la presidente dell’Aca Brandelli per fare il punto della situazione. A “31 minuti”, in anteprima, le richieste dei sindaci di Francavilla, Luisa Russo, di Spoltore, Chiara Trulli, e di Penne, Gilberto Petrucci.

