L’Abruzzo recupera occupati ma la crescita è troppo lenta

Nel 2018 registrati ottomila posti di lavoro in più, ne mancano 12mila per arrivare al livello pre-crisi L’economista Mauro: «Senza innovazione il settore industriale esaurirà la sua spinta propulsiva»
PESCARA. La crescita? È ancora troppo modesta per poter pensare a un’occupazione consistente e di qualità. L’assunto scaturisce dai calcoli dell’Ocse e del Fondo monetario internazionale, che hanno rivisto al ribasso le stime per il sistema Paese, ma che calzano alla perfezione anche all’Abruzzo, con un’economia che si lega a doppio filo con il ciclo europeo. Parola di Giuseppe Mauro, ordinario di Politica economica dell’Università d’Annunzio, che commenta i dati appena pubblicati dall’Istat sull’andamento delle esportazioni e del mercato del lavoro in Abruzzo. GLI OCCUPATI. In regione il numero di occupati nel quarto trimestre del 2018 era di 499mila unità; 8mila in più del 2017, ma 12mila in meno rispetto al 2008, l’annus horribilis che gli economisti segnalano come l’inizio della grande crisi. In termini percentuali, rispetto al 2017, gli occupati abruzzesi sono aumentati dell’1,64%, ma rispetto al 2008 sono diminuiti mediamente del 2,36%, con delle variazioni significative su base provinciale. Il crollo, nei dieci anni presi a riferimento, si è verificato in provincia di Pescara, con il 4,43% di occupati in meno; seguono Chieti (-3,43%) e L’Aquila (-2,78%). Teramo fa eccezione: nel periodo compreso tra il 2008 e il 2018 ha visto crescere l’occupazione dell’1,41%. Il dato è ancora più eclatante se si considera che su base annuale, e quindi rispetto al 2017, in provincia di Teramo gli occupati sono aumentati del 7,06%. In Abruzzo, a livello complessivo, il delta tra il 2017 e il 2018 è positivo per l’1,64%. All’Aquila gli occupati (nello stesso periodo) sono aumentati dello 0,6% e a Pescara dell’1,17%. A Chieti, invece, nonostante le ottime performance dell’export, le persone con un’occupazione sono diminuite dell’1,5%.
Professor Mauro, come interpretare questi numeri?
«Direi che sono necessari due momenti di analisi. Il primo riguarda l’andamento delle esportazioni che sono cresciute del 3,9%, un dato leggermente superiore alla media nazionale, con un ammontare significativo che raggiunge gli 8,8 miliardi di euro. L’aspetto saliente, stavolta particolarmente marcato, è quel 50% e oltre che appartiene ai mezzi di trasporto. A mio avviso questo dato si lega ancora molto all’andamento del commercio con l’estero, ma io penso che non vada eccessivamente enfatizzato come di solito avviene perché l’automotive coinvolge solo un settore produttivo. Poi perché va considerato che a differenza della media italiana noi abbiamo un ammontare elevato a fronte di un numero di operatori ristretto. La media, e soprattutto la grande impresa, coinvolgono pochi settori produttivi. Questo aspetto di forte concentrazione noi lo vediamo con la distribuzione per province, con il 68% di Chieti, contro il 16% di Teramo e il 9% di Pescara. Il secondo livello di lettura è legato a questa ripresa leggera dei livelli occupazionali, che ovviamente dimostra come il nostro tessuto produttivo risponda in presenza di un segnale, seppur leggero, di ripresa».
Cosa ha comportato questo clima di moderata fiducia?
«Innanzitutto il calo della disoccupazione, che è tornata sui livelli della media nazionale, intorno al 10,8%, ma ha confermato che l’occupazione tende ad aumentare soprattutto tra le fasce di età più elevate. Va registrato, tuttavia, il fatto che nonostante questa leggera ripresa del 2018 rispetto alla fase pre-crisi del 2008, ancora mancano circa 12mila posti di lavoro».
E questi 8mila posti di lavoro in più, rispetto al 2017, come vanno interpretati?
«Se guardiamo all’interno dei principali comparti produttivi ci accorgiamo che permangono luci e ombre. È vero che c’è stato un incremento, che si concentra in gran parte in provincia di Teramo e nel settore delle costruzioni, ma il settore industriale (e in particolare il manifatturiero), ha registrato un calo. Mi riferisco all’industria in senso stretto, che è passata dai 118mila occupati del 2017 ai 109mila del 2018, pari a meno il 7,3%. In crescita anche il settore dei servizi, concentrato prevalentemente sulla provincia di Pescara, considerando però le posizioni modeste del passato, quando era alle prese con una bassissima domanda interna».
A livello di qualità, che tipo di trasformazione ha subìto il lavoro in Abruzzo?
«Si è creato un paradosso per il quale abbiamo assistito a una crescita complessiva dei posti di lavoro, alla quale ha fatto da contraltare la diminuzione delle ore lavorate, o l’aumento del fenomeno del precariato. Significa che senza crescita noi continueremo ad assistere non solo al precariato, ma all’abbandono da parte di coloro che hanno maggior livello di istruzione».
L’aspetto che emerge, dunque, è quello di un modello da rivedere?
«Ho la sensazione che il settore industriale sul quale abbiamo puntato molte speranze di crescita stia per esaurire la sua spinta propulsiva, a meno che non si coinvolgano anche altre imprese di modeste proporzioni. Questo dovrebbe spingere la Regione, la classe politica, i rappresentanti del mondo dell’economia e della società verso un percorso di innovazione. La crescita è importante perché aumenta la speranza di un futuro migliore e riduce le incertezze, è sinonimo di fiducia, progresso sociale e ottimismo. Mentre se aumenta l’incertezza diffusa, dovuta anche a cause esterne, le aspettative diventano incerte e mettono a repentaglio la dinamica dei consumi e degli investimenti».
Secondo lei, nel breve periodo, di cosa avrebbe bisogno questa regione?
«Abbiamo la necessità di immettere liquidità, e questa si può ottenere mettendo a cantiere i fondi del Masterplan. Una circostanza che potrebbe invertire questa tendenza stagnante e che potrebbe procurare anche un percorso moltiplicativo del reddito. Fattore, che a sua volta potrebbe rimettere in piedi una seconda questione, che è quella del rapporto con il sistema bancario. I dati di settembre 2018 dicono che i prestiti alle imprese sono cresciuti dello 0,7% rispetto al 2018, ma se andassimo a vedere cosa accade alle piccole e medie imprese il dato potrebbe essere negativo. È un problema serio, perché quelle che hanno resistito alla crisi e che vogliono riorganizzarsi devono avere la capacità di affrontare le sfide. Nella sostanza, sussiste una fragilità del quadro economico regionale. E la competitività che diventa sempre più marcata, unita alla digitalizzazione del lavoro, devono sollecitare nuove riflessioni».

