L’Abruzzo è la regione più cara d’Italia

10 Agosto 2019

Lo rivela l’Unione nazionale dei consumatori. Ogni famiglia spende 184 euro in più all’anno rispetto alla media italiana

PESCARA. È l’Abruzzo la regione italiana a registrare su base annua l’aumento maggiore dei prezzi al consumo. Lo rileva uno studio dell’Unione nazionale consumatori, che elaborando dati Istat, evidenzia come una famiglia media abruzzese, composta da 2,4 persone, spenda 184 euro in più rispetto alla media nazionale. E a Pescara, si sale a 192 euro.
L’INFLAZIONE. Ieri l’Istat ha reso noti i dati sull’inflazione, rivedendoli leggermente al ribasso. «La bassa inflazione a +0,4%, (le previsioni parlavano dello 0,5%, ndr) significa», spiega Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, «per una coppia con due figli, la famiglia tradizionale di una volta, avere una maggior spesa annua complessiva di “soli” 95 euro, ma ben 71 euro per il solo carrello della spesa, ossia per gli acquisti quotidiani. Per la coppia con 1 figlio, il rialzo è di 86 euro su base annua, 62 euro per le compere di tutti i giorni, mentre per una famiglia tipo, l’incremento dei prezzi si traduce in un aumento del costo della vita di 62 euro in più nei dodici mesi, 52 per il carrello della spesa».
CHI SALE. In Abruzzo ad aumentare di più sono state le spese per la salute (1,8%, a fronte dello 0,5% su base nazionale e con l’eccezione di Pescara, dove questa tipologia di costi è aumentata solo dello 0,3%), i trasporti (1,2% rispetto alla media italiana dello 0,8%), bevande alcoliche e tabacchi (1,8% contro lo 0,8% nazionale), i servizi ricettivi e di ristorazione (2%, a fronte dell’1,1% della media italiana, mentre a Pescara la percentuale sale al 5,8%), altri beni e servizi (1,9%). Sono aumentate anche le spese per abbigliamento e calzatura (0,7& contro lo 0,2% nazionale e lo 0,9% di Pescara), e quelle per i mobili e servizi per la casa (1,2%, a fronte della sostanziale stabilità della media italiana).
A preoccupare, sottolinea Mauro Antonelli, responsabile del centro studi dell’Unc, sono però le spese irrinunciabili, quelle delle quali non si può fare a meno, come i generi alimentari e la salute.
E CHI SCENDE. Sono diminuite, invece, le spese per l’istruzione (meno 1,2%, quando il dato nazionale è fermo sui livelli della precedente rilevazione), le spese per la cultura (1,1%, a fronte dello 0,1% nazionale), le spese per acqua, elettricità e gas (meno 0,5%, a fronte dello 0,3% nazionale). La rilevazione prende in esame il dato generale della regione e quello della provincia Pescara. Teramo figura in tabella ma non è associata ad alcuna percentuale. L’Aquila e Chieti non sono neanche citate nella tabella Istat.
LE GRANDI CITTÀ. Secondo lo studio dell’associazione di consumatori, in testa alla classifica dei capoluoghi e delle città con più di 150 mila abitanti più care in termini di rincari, si conferma Bolzano che, pur non avendo l’inflazione più alta, +1% (il record appartiene ancora una volta a Bari: +1,2%), ha la maggior spesa aggiuntiva, equivalente, per una famiglia tipo, a 301 euro su base annua.
Al secondo posto Modena, dove il rialzo dei prezzi dello 0,9% determina un aggravio annuo di spesa, per una famiglia media, pari a 251 euro, terza Bari, dove l’inflazione a +1,2%, il primato di luglio, comporta una spesa supplementare pari a 250 euro. Al primo posto della città dove si risparmia di più c’è Ravenna, dove l’abbassamento dei prezzi dello 0,3% genera un risparmio annuo di 84 euro.
LE REGIONI. In testa alla classifica delle regioni più costose in termini di maggior spesa, come detto, c’è l’Abruzzo (una new entry), con l’inflazione a +0,9. Seguono la Liguria, dove l’incremento dei prezzi pari allo 0,7%, implica un’impennata del costo della vita pari a 161 euro, il Trentino, dove per via dell’inflazione a +0,6%, si ha un salasso annuo di 159 euro.
Le Marche sono la regione con meno rincari, l’unica ad essere addirittura in deflazione, dove il ribasso dello 0,1% si traduce in una minor spesa annua di 22 euro. Toscana e Umbria in seconda posizione, con una variazione nulla dei prezzi.
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