L’adozione del piccolo Maxim: assolti madre e medico di famiglia

15 Marzo 2022

Secondo l’accusa, nei certificati medici non era stata evidenziata la patologia psichica di Maravalle Nel procedimento parallelo a quello relativo al delitto, prescritto anche il reato della dottoressa Asl 

PESCARA. A distanza di quasi otto anni arriva a conclusione, con due assoluzioni e una prescrizione del reato, il processo per i presunti falsi, dichiarati dagli imputati nelle varie certificazioni necessarie per completare l’iter relativo all’adozione del piccolo Maxim, il bimbo di 5 anni, di origine russa, che la notte tra il 17 e il 18 luglio del 2014 venne ucciso dal padre adottivo, Massimo Maravalle, un tecnico informatico affetto da disturbo psicotico atipico e per quel motivo non punibile.
In questo processo, corollario al delitto del piccolo Maxim, originariamente erano imputati in quattro: Maravalle; sua moglie, l’avvocatessa Patrizia Silvestri, e due medici: quello di famiglia, Fabio Panzieri, e la dottoressa della Asl, Giuliana Iachini.
Maravalle definì la sua posizione davanti al gup (nel febbraio del 2016) che lo condannò a un anno di reclusione con la sospensione della pena, mentre gli altri scelsero il rito ordinario che si è definito soltanto ora con queste decisioni assunte dal giudice monocratico Marino: assoluzione per Silvestri, per non aver commesso il fatto; assoluzione con formula piena, perché il fatto non sussiste, per il medico di famiglia Panzieri (difeso dall'avvocato Marco Spagnuolo); prescrizione del reato per la dottoressa Iachini (assistita dall’avvocato Aldo Moretti).
In quella tragica notte dell’estate 2014, Maravalle, in preda a uno dei suoi stati di allucinazione, uccise nel sonno il piccolo Maxim. Il processo per omicidio volontario che venne deciso in fase preliminare davanti al gup Nicola Colantonio si definì con una pronuncia di non punibilità per incapacità di intendere e di volere, a seguito delle accertate e provate condizioni psichiche dell’imputato che, proprio in quel periodo, aveva di sua iniziativa smesso di assumere i farmaci che gli erano stati imposti dagli specialisti. Ma contestualmente, il gup decise anche su quel procedimento parallelo relativo alla documentazione presentata al tribunale dei minori dell’Aquila per ottenere la idoneità all’adozione del bambino. Una serie di certificazioni dalle quali, secondo l’accusa sostenuta dal pm Andrea Papalia, non veniva evidenziata la patologia che affliggeva Maravalle da molti anni prima dell’adozione, e che invece, se conosciuta, avrebbe impedito l’affidamento del bambino. Iachini, per la quale è stato dichiarato il non luogo a procedere per prescrizione, avrebbe attestato che Maravalle era «esente da imperfezioni organiche e da difetti fisici che possono comunque influire sul pieno adempimento dei suoi doveri». Per il medico di famiglia Panzieri, invece, che conosceva le condizioni di Maravalle, in dibattimento è stato provato che fu l’unico a scrivere (in una certificazione del 2009) che Maravalle era in trattamento farmacologico, indicando anche il disturbo dal quale era affetto. Sta di fatto che quella pratica arrivò anche alla Federazione russa che diede il suo placet. Ora, per capire il perché della sentenza emessa dal giudice monocratico, bisognerà attendere le motivazioni. Maravalle, non punibile per omicidio per la sua incapacità di intendere e di volere, è stato però condannato a dieci anni di libertà vigilata.