L’agricoltura familiare e un ruolo di garanzia

L’Onu ha dedicato il 2014 alla “terra come madre” e alla salvezza di sapori non omologati a quelli industriali
Che differenza c’è tra le due agricolture? Bene, non è solo una moda, come forse superficialmente può sembrare. Come spiegano gli esperti del Salone del gusto l’agricoltura industriale è business, anzi grande business mondiale. Non inferiore – se non addirittura superiore, ai business dell’auto, dell’energia, dei farmaci. L’agribusiness deve produrre tanto e in modo uniforme, indipendentemente dalle stagioni, dalle culture, dagli uomini e dalle donne che quei prodotti producono nel mondo.
E questo non vale solo per la terra, vale anche per gli animali allevati in tremendi allevamenti intensivi. Non solo: tutto questo avviene inondando il Pianeta di prodotti chimici che non sempre – o quasi mai – lasciano il tempo che trovano.
Certo, è questo tipo di produzione che, spesso, ha combattuto la fame e le carestie cui gli esseri mani erano soggetti da sempre.
L’obiettivo Uomo. Non si può fare niente di meglio? Secondo Slow Food sì. L’agricoltura familiare che le Nazioni Unite celebrano dandole una legittimazione planetaria non è un aspetto secondario, residuale della produzione agricola. Tutt’altro. Quest’agricoltura produce l’80 per cento del cibo che viene mangiato dalla popolazione della Terra. Mangiato sì, perché la commercializzazione è un’altra cosa.
Cibo e commercio. La produzione e il commercio sono due cose diverse, infatti. Il contadino del terzo mondo che semina patate, ma anche mais e fagioli e che poi le mangia non ha niente a che fare con il grande business del commercio agricolo mondiale. Ma fa parte di quella stragrande maggioranza dell’Umanità che sopravvive così, perché tanto soldi da mettere in quel business non ce l’ha e non ce l’avrà mai.
La terra come madre. Ecco il senso del tentativo del Salone del gusto di dare voce a quel contadino e, nello stesso tempo, permettere a chi non lavora la terra di godere di un cibo diverso, di un cibo che non ha il sapore standardizzato che ha deciso per noi il commercio mondiale agricolo. Sapori di formaggi sconosciuti, di mieli purissimi e incontaminati, di cipolle prodotte localmente di cui si stava per perdere perfino la memoria storica. Sono i prodotti di una terra che è madre e non matrigna.
Così si può salvare il mondo? Si può dare da mangiare al numero maggiore possibile di esseri umani, si può preservare il futuro della Natura? Probabilmente no e se ne rendono conto anche gli esperti di Slow Food e le Nazioni Unite. Per usare le parole degli organizzatori del Salone «l’agricoltura familiare non va intesa come ciò che salverà il pianeta, ma come ciò che, finora, ha consentito al pianeta di non perdersi». Un contributo, insomma – e un contributo importante – per consentirci di non dimenticare quello che l’agricoltura è stata per noi per molte migliaia di anni.
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