L’amante è colpevole: 30 anni di carcere
Omicidio Pavone: nessun risarcimento alla moglie dell’ingegnere ucciso, che aveva una storia con il dipendente delle Poste
PESCARA. È rimasto impassibile, non ha fatto una piega. Vincenzo Gagliardi, 50 anni, guardava dritto davanti a sé mentre il giudice lo condannava a trent’anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per l’omicidio di Carlo Pavone, 43 anni. E subito dopo la lettura del dispositivo è stato portato via dall'aula, mentre i parenti di Pavone scoppiavano in un pianto liberatorio. Per il giudice Mariacarla Sacco non ci sono dubbi sul fatto che sia stato Gagliardi, impiegato delle Poste a Pescara e originario di contrada San Martino di Chieti, a uccidere l'ingegnere informatico di Montesilvano che il 30 ottobre 2013 è stato raggiunto da un proiettile alla testa mentre si trovava in strada. Era sceso in viale de Gasperi per gettare i rifiuti e non è mai più risalito a casa, dove lo attendevano i suoi due bambini e la moglie, Raffaella D'Este, che all'epoca aveva una relazione sentimentale con Gagliardi, suo ex collega. Pavone è morto il 16 novembre 2014, senza mai riprendersi. Ieri è stato anche stabilito dal giudice l’importo del risarcimento per le parti civili: 150 mila euro complessivi per i due fratelli di Pavone, Adele e Rocco, e per la madre Concettina Toro, e centomila euro per ciascuno dei due figli dell’ingegnere informatico. Niente, invece, per la moglie Raffaella, come a voler cristallizzare l’estraneità della donna dalla famiglia Pavone, travolta dalla morte improvvisa dell’ingegnere informatico.
La sentenza, che ha accolto in pieno le richieste del pm Anna Rita Mantini, è arri vata pochissimi minuti dopo le 15 e in quegli istanti nell’aula 8 del Tribunale è calato il gelo. «Una bella botta per Gagliardi», ha commentato il suo legale, Renzo Colantonio, «ma è solo il primo grado. Attendiamo di leggere le motivazioni» - ha aggiunto - «e presenteremo appello. D’altronde tante sentenze sono state ribaltate in secondo grado, così come tante sentenze di secondo grado sono state ribaltate dalla Cassazione. Basta vedere le cronache degli ultimi tempi, ce n’è di tutti i tipi». Ciò non toglie il «massimo rispetto per la sentenza del giudice» da parte della difesa, come ha sottolineato Colantonio prima di lasciare il palazzo di giustizia. Due giorni fa, nella sua arringa, l’avvocato aveva chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto, ritenendo che sul luogo del delitto ci fosse un’altra persona, diversa dall’addetto delle Poste, essendo stato trovato un coltello con tracce biologiche.
Si è detta «molto soddisfatta dell’esito dibattimentale» Cristina Tedeschini, il procuratore aggiunto che ieri rappresentava l’accusa. «Il lavoro della Procura e degli investigatori è stato portato avanti con grandissimo scrupolo e precisione. Siamo addolorati per questa vicenda - ha aggiunto - ma soddisfatti per il nostro lavoro». Da sempre la Procura ha sostenuto la tesi del delitto di natura passionale, così come il gip che ha disposto l’arresto di Gagliardi, a maggio 2014, e mercoledì il concetto è stato ribadito dal pm che ha parlato di Pavone come di «un problema» per l’amante della moglie.
«Soddisfazione, ma anche profonda tristezza» per la famiglia della vittima, come hanno detto gli avvocati Massimo Galasso e Marino Di Felice, che rappresentano i fratelli della vittima, Adele e Rocco. «È stata provata la piena responsabilità di Gagliardi. È stata fatta giustizia, quella che i congiunti di Pavone volevano, ed è stato premiato il lavoro di indagine», portato avanti dai carabinieri del Nucleo investigativo di Pescara, ieri in aula con il maggiore Eugenio Stangarone. Pur apprezzando la condanna di Gagliardi, che dopo quasi due anni dall’agguato mette un punto fermo sull’omicidio, i familiari di Pavone sono ancora molto scossi anche perché «queste vicende processuali sono pesanti e incidono a livello di sentimenti».
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