L’Arta: solo tre tecnici per controllare un mostro di rifiuti

Il dirigente Cocco chiede più personale per le nuove analisi D’Alfonso promette: faremo assunzioni integrative
BUSSI. Solo 4 persone per controllare un «mostro» che incombe sui fiumi Tirino e Pescara, proprio lì dove si custodisce un terzo delle risorse idriche dell’Abruzzo. Il dirigente dell’Arta Roberto Cocco può contare su appena tre tecnici da mandare a Bussi. Ma Cocco sa anche che non potrà utilizzarli solo per le nuove caratterizzazioni dei siti contaminati dai veleni del polo chimico: quei tre collaboratori devono occuparsi anche degli insediamenti industriali delle intere province di Pescara e Chieti. È un territorio troppo vasto e l’Arta, incaricata di nuove caratterizzazioni, chiede più personale. Un richiesta che il presidente Pd della Regione Luciano D’Alfonso si dice pronto ad accogliere: «Faremo assunzioni aggiuntive», promette.
«Io ho solo tre collaboratori», dice Cocco, a capo del distretto di San Salvo e dirigente a Chieti, davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sui Rifiuti riunita a Bussi. «Stiamo sviluppando nuove tecniche per portare avanti l’attività in maniera meno dispendiosa», spiega Cocco. Ma all’Arta c’è bisogno per forza di nuovo personale. Perché a Bussi c’è un «mostro» da misurare. Lo chiama proprio così Cocco: «Sono i numeri a dire che abbiamo di fronte a noi un mostro». E i numeri sono quelli contenuti nel rapporto della commissione a pagina 28: Cocco, con gli occhi dell’esperto, legge tra le note di uno studio dell’Istituto superiore di sanità (Iss) in cui si rileva un inquinamento spaventoso ma quasi impossibile da quantificare adesso. Perché a Bussi è passato quasi un secolo senza controlli: «I dati di oggi possono rilevare solo in parte l’entità dell’inquinamento sull’ambiente in quanto frutto di monitoraggio tardivo o molto tardivo», recita un passo dello studio dell’Iss contenuto nel dossier della commissione. Ed è tra le note di questo studio, dice Cocco, che si può cogliere l’ampiezza del caso Bussi: per decenni i veleni sono finiti nei fiumi, nella falda e nei terreni migliaia di volte oltre i limiti consentiti. Cocco si affida ai numeri: «Evidenze di smaltimenti di ingenti quantità di rifiuti solidi nelle discariche 2A e 2B, almeno fino al 1994, con livelli di contaminazione dei terreni circa 2.067 volte quanto consentito in terreni a uso industriale (accertamenti su 19 sondaggi eseguiti dall’Arta nel 2006); dati del maggio-giugno 2007 indicano concentrazioni di mercurio superiori ai livelli di legge in 33 casi su 34 campioni prelevati con livelli fino a 3.780 volta superiori ai limiti». E poi ci sono «evidenze di smaltimenti di rifiuti liquidi (circa 65 mila metri cubi all’ora) contenenti mercurio negli anni 1970-1980 direttamente nei corpi idrici superficiali con livelli allo scarico (accertamenti del 1971, fonti interne) superiori alla normativa dell’epoca e fino a 46 volte superiori ai limiti di emissione allo scarico secondo l’attuale normativa».
L’inquinamento riguarda anche i fiumi: «Evidenze di contaminazione di acque superficiali (1972, fonti interne) a livelli 37-100 volte superiori agli standard di qualità ambientali fissati dalla normativa a tutela della salute e dell’ambiente; evidenze di contaminazione delle acque sotterranee nell’acquifero superficiale registrate nel 55 % dei siti oggetto di campionamento con livelli fino 1.240 volte superiori allo standard di qualità ambientale; evidenze di contaminazioni di particolare gravità nei sedimenti fluviali che, dati del 1974, che indicano in valori 3, 5, 23 e fino a 4.333 volte superiori agli standard di qualità ambientali». (p.l.)

