L’autista di Falcone a Pescara: «Guerra di mafia contro di noi l’attentato mi ha cambiato»

22 Marzo 2023

Il sopravvissuto Giuseppe Costanza racconta l’attimo dell’esplosione «Facevo il parrucchiere, ma seguii la strada del magistrato: per lui lo rifarei»

PESCARA. «Quello contro Falcone non fu un attentato: fu un atto di guerra». Il 23 maggio del 1992, ore 17.57, nella Fiat Croma del giudice antimafia e della moglie, c’era anche lui: Giuseppe Costanza era l’autista del magistrato ma quel giorno era seduto dietro. Si salvò protetto dai sedili anteriori. Costanza ricorda l’attimo dell’esplosione provocata da 500 chili di tritolo, poi il buio. Domani, alle 10.30, il sopravvissuto della strage di Capaci sarà all’auditorium Flaiano di Pescara: con la sua testimonianza sarà celebrata la Giornata della Memoria in ricordo delle vittime delle mafie organizzata nell’ambito del Premio Borsellino.
Cosa ricorda di quel giorno?
«Fino a quando in macchina si parlava, ho tutto impresso nella memoria; dall’esplosione in poi si è cancellato tutto. Quel giorno non guidavo io ma Falcone; mi diceva che non si sarebbe fermato a casa ma avrebbe proseguito per un incontro di lavoro con altri magistrati. All’improvviso, forse pensando di darmi le chiavi di casa sua, tirò fuori le chiavi della macchina dal quadro e fece per passarmele. Io gli dissi: “Dottore, ma così ci andiamo ad ammazzare”».
E cosa accadde in quella macchina poco prima dell’attentato?
«Falcone fece solo in tempo a reinserire le chiavi nel quadro e ci fu l’esplosione. Prima dell’attentato, ricordo che mi disse “scusi, scusi” per aver estratto le chiavi distrattamente: fu quella l’ultima cosa che mi disse».
Quando ripensa a Falcone, qual è la prima cosa che le viene in mente?
«Penso a quello che avrebbe potuto fare. La settimana prima dell’attentato mi fece una confidenza: mi disse che sarebbe diventato procuratore nazionale antimafia e che ci saremmo organizzati con un ufficio a Palermo e che ci saremmo mossi non più con la macchina ma con un elicottero. Ecco perché l’attentato, messo a segno a distanza di pochi giorni proprio a Palermo, voleva mandare un messaggio ben preciso».
Qual è l’eredità che le ha lasciato Falcone?
«La speranza che questa società continui a prendere coscienza che, un giorno, il futuro sarà migliore. Per questo, non smetto di incontrare i ragazzi».
E alla gente, invece, cosa ha lasciato Falcone?
«Prima quasi quasi dava fastidio, mi riferisco alle sirene e ai disagi per il traffico bloccato, poi la gente si è svegliata e oggi sono tutti con Falcone. E non dimentichiamoci di Paolo Borsellino: dopo la morte di Falcone, il procuratore nazionale antimafia doveva essere Borsellino ma l’hanno eliminato».
E il giorno della strage di via D’Amelio, 19 luglio 1992, dov’era?
«Ero a casa di un amico, a Palermo, e mi precipitai in via D’Amelio. Falcone e Borsellino non erano solo due giudici, erano come fratelli. E poi Borsellino fu l’unico magistrato che venne a trovarmi in ospedale: non posso dimenticare quel magistrato in gamba».
E cosa le disse Borsellino in quella visita?
«Parlammo di quei momenti e lui prese anche degli appunti ma, poi, fecero saltare in aria anche lui. Ricevere quella visita fu un’emozione importante».
Tra giudici e uomini della scorta c’era un rapporto solo professionale o anche di amicizia?
«Amicizia no, c’era di certo un rapporto di fiducia».
Voi della scorta avevate paura di un attentato? Avevate paura di morire?
«Sapevamo di correre dei rischi ma non ci aspettavamo che la mafia imbottisse l’autostrada di esplosivo: a Capaci non ci fu un attentato, ma un atto di guerra. Un attentato del genere non è un conflitto a fuoco in cui ci si può difendere: quando si fa saltare in aria un’autostrada, non si può fare niente».
Cosa accadde quando si risvegliò in ospedale?
«Non sapevo cosa era successo: prima mi spiegarono che c’era stato un incidente e poi mi informarono dei fatti».
Come vive l’essere sopravvissuto in un attentato che ha cambiato la storia contemporanea dell’Italia?
«Una cosa del genere cambia la vita e cambia l’uomo che sei: da quel momento in poi, si perde un po’ il senso di vivere».
Per lei è un sacrificio parlare del passato oppure lo sente come un dovere?
«Io porto sempre la mia testimonianza e questo significa rivivere quei momenti: cerco di trattenermi ma l’emozione c’è sempre. La cosa più importante, però, è che i giovani sappiano quello che è stato».
Lo sa che Matteo Messina Denaro è detenuto qui in Abruzzo?
«Non si può fare la vita da latitanti, girovagare liberi sempre a casa propria, senza coperture importanti. E non parlo solo di Messina Denaro, mi riferisco anche a Bernardo Provenzano e Totò Riina».
Lei, da sopravvissuto, cosa direbbe a un boss della mafia se se lo trovasse davanti?
«Non credo che gli rivolgerei la parola. Si può parlare e dialogare con le persone normali e non con i mafiosi, classificarli come persone mi pare già tanto».
Prima di diventare un uomo della scorta di Falcone, faceva un lavoro normale: con il senno di poi, rifarebbe la stessa scelta?
«Io facevo il parrucchiere, una vita tranquilla. Per una persona come Falcone, lo rifarei; per altri decisamente no».