L’auto di Falcone in città «Ragazzi, ecco la mafia»

12 Maggio 2019

MONTESILVANO. Una mattinata di riflessione e di speranza con e per gli studenti di Montesilvano. È stato questo il senso della manifestazione “Quarto Savona 15 – La memoria in viaggio” svoltasi ieri...

MONTESILVANO. Una mattinata di riflessione e di speranza con e per gli studenti di Montesilvano. È stato questo il senso della manifestazione “Quarto Savona 15 – La memoria in viaggio” svoltasi ieri mattina in largo Venezuela a Montesilvano. L’auto della scorta di Giovanni Falcone, in cui persero la vita nell’attentato di Capaci del 23 maggio 1992 gli agenti Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, impegnati nella scorta al giudice Giovanni Falcone e alla moglie Francesca Morvillo, è racchiusa in un teca. I resti di quella Fiat Croma marrone ridotta a un ammasso di ferraglie è rimasta esposta fino a ieri sera e oggi tornerà a Pescara.
L’iniziativa è del Premio nazionale Paolo Borsellino supportato da Lions, Comune di Montesilvano, ministero dell’Istruzione e Polizia di Stato. All’incontro hanno partecipato la moglie di Antonio Montinaro, Tina; don Aniello Manganiello, il parroco anticamorra; il prefetto Gerardina Basilicata; il questore Francesco Misiti; il sindaco Francesco Maragno; il generale Carlo Cerrina, comandante della Legione carabinieri Abruzzo e Molise; il colonnello Marco Riscaldati, comandante provinciale; Pietro Mennini, procuratore generale della Corte d’appello dell’Aquila; Luigi Leonardi, imprenditore-testimone di giustizia; Nisla Forcucci, Lions Montesilvano; Natalina Ciacio, preside del liceo D’Ascanio. L’alunna Francesca Martinelli ha interpretato il brano “Signor tenente” di Faletti. «Io non mi ritengo la vedova di Montinaro, io sono la moglie anche perché, parlando di lui tutti i giorni, da 27 anni, ce l’ho sempre accanto», ha esordito la Montinaro. «Mentre ci sono tante donne che hanno sempre accanto i loro uomini, ma se ne dovrebbero vergognare di starci anche solo per un giorno. Mio marito era uno strafigo, un ragazzone di un metro e 90 con un sorriso accattivante, con un cuore esagerato perché se un ragazzo decide di andare a Palermo per scortare il grande magistrato Giovanni Falcone è una grande persona. Oggi io sono orgogliosa di essere stata accanto a quell’uomo anche se solo per 5 anni, mi ha dato due figli meravigliosi. Ma dopo la botta, pesante, di quel 23 maggio 1992, quando pensi che tutto sia finito, perché di mio marito non è rimasto nulla perché» indicando la Croma su cui viaggiava Falcone con la sua scorta «se guardiamo la macchina ci rendiamo conto che di quei tre ragazzi non è rimasto nulla, perché era la prima auto di scorta presa in pieno da 500 chili di tritolo. E allora, guardando i miei figli, mi rendo conto che non può essere finita lì. Non possiamo pensare che la mafia ha vinto. Io porto in giro quell’auto perché voi», ha detto agli studenti «dovete vedere di cosa sono stati capaci di fare i mafiosi e che cos’è la mafia. E poi per dire non hanno vinto loro: non ci hanno fatto niente, perché noi continuiamo ad andare avanti».