L’INQUIETANTE SCENEGGIATA DELLA DESTRA

L’Aventino dei berluscones prende le forme di una inquietante sceneggiata. “Con la presente intendo rassegnare le mie dimissioni” sottoscrivono in formato fotocopia 97 deputati su novantasette e un’ottantina di senatori su novantuno.

Dimissioni in massa, figlie di un Parlamento di nominati nel quale una testa non vale più una testa, ma deve rispondere agli ordini del capo. Hanno firmato pure l’inaffondabile Domenico Scilipoti e Antonio Razzi con il suo mutuo casa ancora da pagare. Da non crederci. Che poi i due, insieme al resto dell’allegra compagnia, abbandonino davvero i seggi, con rispettive indennità, è ancora tutto da vedere. Non basta infatti sottoscrivere una lettera: le dimissioni infatti dovranno essere votate da ciascuna Camera nome per nome. E la prassi vuole che vengano respinte almeno la prima volta.

La secessione dell’Aventino, quella vera, rimanda a 90 anni fa. Dopo il delitto Matteotti, il deputato socialista assassinato su ordine di Mussolini nel 1924, i parlamentari dei partiti all’opposizione del fascismo abbandonarono per protesta i lavori della Camera. Un errore politico tragico. Anziché sfruttare un momento di crisi del regime nascente, l’Aventino lasciò mano libera alla dittatura. Quella espressione è così passata alla storia come esempio di una nobile protesta in difesa di una causa giusta ma destinata alla cocente sconfitta.

Nessuna analogia dunque con le dimissioni tarocche dei forzaitalioti. Questi non stanno difendendo la democrazia da un colpo di stato; stanno difendendo il padre-padrone del partito, la cui avventura politica è giunta al declino non per l’azione della magistratura ma per l’inconsistenza della sua pratica di governo. Poi ci metti la sentenza definitiva per frode fiscale e in un qualsiasi altro paese occidentale – tranne che in Italia, a quanto pare - si arriverebbe alla naturale conclusione: ma quale martire della libertà, è solo un pregiudicato a piede libero.

Ci sarà la crisi? Enrico Letta è salito al Quirinale. Invoca un chiarimento in aula con il Pdl “senza se e senza ma”. Napolitano, si sa, è contrario allo scioglimento anticipato, a maggior ragione finché resta in vigore il porcellum. Nuove elezioni con la vecchia legge riproporrebbero solo confusione e incertezza. Mentre si avvicina la scadenza di ottobre: mese fatidico non solo per il destino del Cavaliere (decadenza oppure no). Entro il 15 ottobre infatti bisogna approvare la legge di stabilità, quella che un tempo era chiamata finanziaria; ovvero il principale strumento di politica economica in un’Italia allo stremo. Far cadere il governo prima? Persino un prudentissimo Bruno Vespa è dubbioso: «Berlusconi è sicuro che l’elettorato gli perdonerebbe una crisi fatta solo sulla sua persona, senza nemmeno il paravento dell’Imu, Iva e quant’altro in un momento delicatissimo per il paese?».

Ecco, dopo le leggi anche la crisi ad personam. Una nazione imbrigliata al destino di un solo uomo. Mentre sul governo dalle intese sempre più strette incombe il rito della verifica, come richiesto da un altalenante Pd, nessuno più parla di riformare la legge elettorale. Nonostante sia evidente l’urgenza.

Così, subito dopo aver varato la legge di stabilità, se Letta riesce a superare lo scoglio della fiducia, il Parlamento – con o senza gli aventiniani dei nostri giorni – si metta al lavoro per varare un nuovo più trasparente sistema di voto. Era – non dimentichiamolo – una delle priorità dello “strano governo”. E’ giunto il momento.

Perché così non si può continuare. I cittadini – se e quando si tornerà alle urne – devono aver la possibilità di scegliere i loro rappresentanti. Eletti, non nominati. Senatori e deputati che abbiano il coraggio di dire no a chi impone loro di firmare una lettera scritta da altri.

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