L’omicida: «Confido nella Cassazione»

2 Marzo 2015

«Con la speranza che la Cassazione renda vera giustizia a noi e ai familiari della vittima». E’ un passo della lettera che Massimo Ciarelli ha inviato al Centro parlando ancora di «tragedia»,...

«Con la speranza che la Cassazione renda vera giustizia a noi e ai familiari della vittima». E’ un passo della lettera che Massimo Ciarelli ha inviato al Centro parlando ancora di «tragedia», chiedendo «giustizia» e offrendo la sua «solidarietà a tutte le famiglie che chiedono giustizia e che hanno sofferto». Ciarelli è il rom condannato a 30 anni per l’omicidio di Domenico Rigante, l’ultrà ucciso a 24 anni la notte del 1 maggio 2012 in via Polacchi e a cui la Corte d’Appello dell’Aquila non ha fatto sconti, confermando la sentenza di primo grado. Ma per Ciarelli, come scrive, era una «sentenza già scritta» e torna a cavalcare, come aveva già fatto in passato, il presunto razzismo nei confronti della sua famiglia.

«Paghiamo il cognome e le storie personali», scrive Ciarelli rinchiuso in carcere per omicidio volontario premeditato. «I processi mediatici condizionano le valutazioni», prosegue il rom dal carcere, facendo riferimento a un «clima che pretendeva solo segnali forti contro i rom. Quindi, non c’è stata nessuna serenità di giudizio», dice. Ma Ciarelli fa riferimento anche alla famiglia Rigante che, invece, in questi difficili anni non ha mai accettato provocazioni scegliendo un basso profilo. «La sofferenza e il dolore dei familiari di Domenico Rigante non troveranno lenimento nel “giustizia è fatta” . Io non posso tornare indietro», prosegue il principale imputato, «ma so che non volevo uccidere Domenico e ho cercato di spiegarlo. E’ stata una tragedia, si è trattato di una tragedia». «Una condanna esemplare c’è stata», dice ancora, «ma è un’ingiustizia». Il rom ringrazia i suoi avvocati Franco Metta, Giancarlo De Marco e Antonio Valentini che «hanno cercato con passione di ristabilire la verità», ringrazia la sua famiglia perché, come dice, «mi ha dato la forza di combattere» e confida nell’ultimo atto, nella Cassazione. Le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello devono essere ancora depositate ma Ciarelli, come conclude, si augura che «la Cassazione renda giustizia a noi e ai familiari della vittima».