L’oncologo: «Non è stato un semplice paziente»

26 Settembre 2023

Il primario Mutti: sforzo organizzativo e sanitario importante, grazie a tutti Il detenuto ha scritto su un pizzino di rifiutare l’accanimento terapeutico

L'AQUILA. Una presenza ingombrante. Non un semplice paziente, ma un malato oncologico terminale condannato dalla Stato a sei ergastoli. Per il reparto di Oncologia dell'ospedale San Salvatore dell'Aquila, le ultime settimane sono state difficili, a livello organizzativo e sanitario. «La presenza di Matteo Messina Denaro ha richiesto uno sforzo organizzativo importante», ha dichiarato Luciano Mutti, 59 anni, genovese, all'Aquila dal 1° ottobre 2022 dopo una permanenza di 13 anni in Inghilterra. Ai microfoni della tv, Mutti ha parlato del rapporto medico-paziente con il boss mafioso. «Devo dire che lo Stato con le sue istituzioni, polizia penitenziaria, polizia di Stato, carabinieri, che hanno operato con grande spirito di sacrificio e abnegazione, ha dato una risposta istituzionale molto forte, chiara, che ha segnato la differenza», ha sottolineato Mutti, «tra uno Stato di diritto e altre situazioni. Per noi la presenza di Messina Denaro ha rappresentato uno sforzo importante, di cui non posso che ringraziare tutti i colleghi e gli infermieri che si sono impegnati in questa vicenda. Un paziente che ha sempre mantenuto una risposta di grande dignità rispetto alla malattia. Ha voluto essere informato in maniera chiara e ha preso decisioni in conseguenza delle informazioni che gli venivano date».
«Rifiuto ogni celebrazione religiosa perché fatta di uomini immondi che vivono nell’odio e nel peccato», aveva scritto il boss in un pizzino, ritrovato dai carabinieri del Ros nel covo di Campobello di Mazara dopo l’arresto, il 16 gennaio scorso. Ai medici che lo avevano in cura, nel reparto del San Salvatore, aveva detto di non volere un accanimento terapeutico, con l'utilizzo delle macchine per essere tenuto in vita: volontà manifestata anche nel testamento biologico.
Entrato in coma irreversibile, con l’assenso della famiglia, da alcune settimane il paziente era passato in carico agli specialisti della terapia del dolore, nel reparto di rianimazione competente diretto dal professor Franco Marinangeli. Dopo la sospensione di qualsiasi terapia oncologica, è stata sospesa anche l'alimentazione parenterale per endovena. «Come con tutti gli altri pazienti», afferma Mutti, «anche con lui c'è stato un rapporto umano, quello che ogni medico ha con il proprio assistito. Noi abbiamo solo fatto il nostro mestiere, come sempre».
Una malattia lunga tre anni, quella del boss latitante, che non gli ha lasciato scampo. Dopo l’arresto il capomafia di Castelvetrano è stato portato nel supercarcere dell’Aquila dove è stato sottoposto alle cure per il cancro al colon scoperto a fine 2020. Curato in cella, dove era stata allestita una sorta di infermeria, il boss è stato in discrete condizioni fino a un mese fa.
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