L’orefice reagisce ai banditi: volevano farmi un buco in testa

Sambuceto, Mauro D'Arcangelo racconta la rapina subita in pieno giorno e il faccia a faccia con i malviventi: ho pensato a mia madre
«Mi hanno colpito alla testa non so quante volte, grondavo sangue, ma fino all’ultimo ho cercato di difendere la mia merce. Fino a quando mi hanno puntato la pistola addosso e uno di loro mi ha detto “Fermati, sennò ti faccio un buco in testa”. E mi sono fermato». Mauro D’Arcangelo, il gioielliere di 46 anni rapinato lunedì pomeriggio nel suo negozio di via Amendola, a Sambuceto, racconta quei momenti con la lucidità di chi ha capito che in fondo gli è andata bene. Anche se alla fine i banditi sono riusciti a scappare con circa 70 mila euro di preziosi, anche se, come racconta al Centro, «in attesa dell’assicurazione dovrò fare un mutuo per riacquistare tutto».
Il giorno dopo la brutale aggressione, avvenuta in pieno pomeriggio e in pieno centro, D’Arcangelo, finito in ospedale per le ferite alla testa, è uscito (dopo aver firmato) con una prognosi di dieci giorni e, tutto sommato, ancora il coraggio e la voglia di continuare. «Ho ancora i capelli tutti sporchi di sangue, ma è chiaro che vado avanti con l’attività, anche se dovrò fare un mutuo. La verità è che quando mi sono reso conto che era una rapina pensavo di poter tenere testa a quei due, perché li ho visti giovani. Per questo ho reagito e forse avrei continuato, se non fosse entrato il terzo bandito, quello con il passamontagna. È stato allora che mi hanno puntato la pistola, non so neanche se fosse vera o finta, perché avevo perso gli occhiali, e mi hanno minacciato che mi sparavano».
«Uscendo dal bar li avevo visti lì davanti, ho chiesto se avevano bisogno di qualcosa, mi hanno detto di sì, e credendoli dei clienti li ho fatti entrare. Ma già quando ho aperto la seconda porta mi hanno aggredito alle spalle, colpendomi almeno venti volte alla testa. Ho cominciato a perdere sangue, tanto sangue, ma non ho mollato, in quei momenti pensavo solo a salvare la merce. Mi sono fermato quando mi hanno puntato la pistola, perché ho pensato a mia madre. Sennò andava a finire peggio».

