L’uomo che paga la fedeltà a caro prezzo

Giuseppe, rimasto paralizzato dopo gli spari davanti palazzo Chigi raccontato in un libro
di LARA LORETI
Giuseppe Giangrande è disteso nel letto, in fondo al corridoio dell'appartamento in via Machiavelli, a Prato, la sua città dal ’97. Sua figlia Martina si trova nel lato opposto, in soggiorno, dove trascorre la maggior parte del suo tempo. L'ex brigadiere, 53 anni a settembre, vittima dell'attentato di Palazzo Chigi di tre anni fa - 28 aprile 2013 - muove solo collo e testa e ha sensibilità esclusivamente sulle braccia, non sulle mani. Gli ha sparato Luigi Preiti, calabrese di Rosarno, procurandogli una lesione irreversibile al midollo.Con un fil di voce, Giangrande chiede un po' d'acqua. Martina, 26 anni il mese prossimo, lo sente e dopo pochi istanti raggiunge il padre in camera, con un bicchiere mezzo pieno. Ci sono cose nella vita che non si possono spiegare.
Quella di Giuseppe e Martina è una storia universale, da leggere in un libro che ha scelto un titolo davvero decisivo: Il prezzo della fedeltà. A scriverla è il colonnello Roberto Riccardi, comandante provinciale di Livorno, giornalista, scrittore di successo, carabiniere. Uomo sensibile, che in un mese e 11 giorni è riuscito a catturare l'anima di Giangrande e a regalarla ai lettori in 176 pagine. Un libro che è al tempo stesso un saggio giornalistico, un legal thriller e soprattutto un papiro di sentimenti. Sarà in libreria il 31 maggio, pochi giorni prima della festa dell'Arma, che è il 5 giugno.
«La cronaca ci ha detto tutto del brigadiere Giangrande, ferito davanti a Palazzo Chigi mentre fra le sue mura giurava il governo Letta. Altro è trovare un uomo come te, prigioniero di un letto», si legge nel prologo. Riccardi ha fatto visita al carabiniere tante volte, e tra loro è nata un’amicizia; forse è per questo che il colonnello si rivolge direttamente a lui, usando la seconda persona. Racconta di una giornata di sole, nel centro della Capitale, dove i carabinieri in divisa vigilano davanti al palazzo del Governo. Tra loro c'è Giangrande, in forza al Battaglione di Firenze dal 2009. Vedovo da appena tre mesi, il brigadiere adora sua figlia Martina, all'epoca 23enne, e la chiama per un saluto. Le fa mille raccomandazioni, lei si ribella: «Sono grande, so badare a me stessa...». Poi nella piazza arriva un uomo, che chiede al brigadiere se può passare. Lui risponde che la strada è chiusa per sicurezza e gli spieg. a che giro dovrà fare. Giangrande non sa di avere davanti il suo carnefice. Ecco quello che accade dopo, nelle parole di Riccardi: «Il viso del tuo interlocutore si indurisce, partono i colpi ma tu non li senti, avverti solo una specie di vuoto sotto i piedi. La mente compie percorsi spontanei e pronunci una frase che è il tuo ricordo più certo: la mia bambina. Per quelle parole Martina poteva arrabbiarsi, non ti aveva appena detto di essere cresciuta? Invece il suo abbraccio ti avvolge ancora oggi».
Come si sente un carabiniere chiamato a raccontare una storia del genere?
«L'impatto è forte di fronte a un uomo che è costretto in un letto. Mi ha colpito il contrasto tra questa condizione e l'atteggiamento sempre positivo di Giangrande, che ha sempre un finale di speranza in ogni frase. Sembra quasi che voglia lui rassicurarti rispetto a come sta. È una cosa eccezionale. Poi accanto ha sempre la sua Martina. Avevo letto della sua dedizione e del suo sacrificio, ma vederlo direttamente è stato diverso. Lei ha rinunciato a tutto, al posto fisso, all'amore, alla sua vita: vive per assistere suo padre, con una maturità che non è della sua età».
Come descriverebbe Martina?
«Una ragazza serena e per quanto possibile allegra, immersa in messaggi di vita. Eppure nel giro di tre mesi il mondo le è crollato addosso: a gennaio 2013 ha perso la madre, per un infarto. Ad aprile, è successa la tragedia del padre. Era fidanzata da sette anni con un ragazzo di Prato, ma la storia è finita quando lei s'è resa conto che doveva affrontare qualcosa di più grande. Dopo 4 anni di precariato, stava per firmare un contratto a tempo indeterminato in una ludoteca. Ma poi ha mollato tutto. Ha sviluppato l'udito: sente ogni minimo rumore e tutte le notti si sveglia per assicurarsi che lui stia bene. Il padre, non avendo la sensibilità, potrebbe avere un malore e non accorgersene. Ma ha un angelo accanto».
Lei è uno scrittore di gialli e noir, perché ha deciso di raccontare questa storia?
«Il 31 dicembre ho ricevuto la telefonata del comandante generale Tullio Del Sette: mi chiedeva se ero disponibile a scrivere un libro sulla vicenda di Giangrande. Ho detto subito di sì, è stato un onore per me. Per noi, la sua storia è esemplare».
E oggi è soddisfatto del lavoro svolto?
«Ho scritto questo libro dal 6 gennaio al 17 febbraio, ci ho lavorato nei giorni di festa e di notte. La scadenza del 5 giugno, festa dell'Arma, è stata un capestro che mi ha aiutato. Alla fine rileggendolo, il risultato mi piace, forse più di altre volte in cui ho avuto a disposizione un tempo maggiore».
Cosa ha imparato da questa esperienza?
«È una storia così forte che mi resterà attaccata addosso per il resto della vita. Prima mentre mi muovevo, camminavo, prendevo un bicchiere d'acqua o tagliavo un cibo con coltello e forchetta, lo facevo senza riflessioni particolari; ora spesso mi ritrovo a farlo pensando che c'è qualcuno che non può».
Si può perdonare una persona che ti rovina la vita così per sempre?
«A Giangrande non l'ho domandato. Ma so che lui nel passato aveva detto di non farcela. Di una cosa sono certo: non è una persona logorata dal rancore. Il fatto gli ha sconvolto la vita per sempre, ma ora lui vive per la figlia, e lei per lui. Nel libro c'è un capitolo che analizza il perdono con riferimenti alla letteratura e ai principi etici e religiosi. La conclusione è che se si può perdonare un carnefice, allora si può perdonare anche una vittima che non sa farlo a sua volta. Spero che le cose possano cambiare e Giangrande migliorare, a quel punto il perdono arriverebbe spontaneo. Ma ora non è neanche lecito chiederlo».

