L’uomo in carcere: penso a mia moglie

19 Novembre 2014

«Nessuno sapeva che avevo interrotto la terapia, adesso qui in cella i pensieri sono più liberi»

PESCARA. «In carcere sono seguito e ho la possibilità di parlare con gli psicologi, qui i pensieri sono più liberi. Del complotto non è rimasto nulla, sto elaborando quello che è successo e sto pensando a mia moglie. Mi affido al Signore e a quello che vorrà darmi...non ne ho idea».

E’ lo stato d’animo attuale di Massimo Maravalle, il tecnico informatico di 47 anni in carcere dal 18 luglio con l’accusa di aver ucciso il figlio adottivo di 5 anni Maxim. E’ questo uno dei pensieri che l’uomo ha affidato al perito incaricato dal gip Renato Ariatti che, da agosto, ha incontrato una volta a settimana Maravalle per stilare la perizia psichiatria. Per il docente bolognese Maravalle, quando ha ucciso, «era incapace di intendere e di volere» così come, nel corso degli anni l’uomo – sempre assistito da professionisti – aveva manifestato il «desiderio di potersi affrancare dai farmaci». Ariatti però aggiunge: «Per precisa e ribadita ammissione di Maravalle gli psicofarmaci non sono stati mai realmente sospesi nel corso degli anni, fatto salvo qualche timido tentativo di autosospensione subito rientrato per la ricomparsa dei sintomi».

Eppure era stato il tecnico informatico di 47 anni a raccontare quella notte alla polizia di aver interrotto i farmaci autonomamente quattro giorni prima il tragico epilogo e nella perizia, è Maravalle a dire: «Nessuno sapeva che avevo interrotto la terapia». (p. au.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA