La bacchettata agli enti: mai uno studio sui tumori

Nelle 188 pagine del verdetto che ha assolto i vertici della Montedison spicca il richiamo all’assenza di una relazione epidemiologica: solo pochi dati
PESCARA. «Il processo di Bussi difetta di uno studio epidemiologico idoneo a stabilire che l’acqua fornita agli utenti possa aver in qualche modo inciso negativamente sulla loro salute»: è questa la lacuna che la Corte d’Assise evidenzia nelle 188 pagine di motivazioni della sentenza del processo sulla mega-discarica. Uno studio che, forse, avrebbe potuto incidere sul nesso di causalità ma di cui l’Abruzzo è sprovvisto nonostante sia la precedente che l’attuale amministrazione abbiano annunciato un registro dei tumori. I giudici ricordano, invece, che a supporto del processo è stato prodotto «esclusivamente uno studio statistico realizzato dall’Agenzia sanitaria regionale relativo al periodo 2006-2011» ma che la tecnica di redazione di quello studio «non lo rende idoneo a fondare un giudizio su basi epidemiologiche perché la relazione è priva dell’esame delle singole patologie tumorali né individua l’incidenza delle stesse in relazione ai fattori di rischio specifici determinati dal fenomeno di inquinamento nel sito di Bussi». Uno studio «generico», secondo la Corte d’Assise di Chieti che nel dicembre scorso ha assolto i 19 vertici della Montedison dal reato di avvelamento delle acque e derubricato il reato di disastro doloso in colposo dichiarandolo prescritto. Nonostante lo studio non presenti, come scrivono i giudici, «dati certi penalmente rilevanti» eppure la Corte è riuscita comunque a estrapolare «alcuni elementi di prova» per dire che non può essere confermato «un presunto collegamento tra l’assunzione delle acque contaminate e l’insorgenza di patologie oncologiche». Nelle motivazioni è scritto: «Il dato statistico relativo ai Comuni di Popoli e Bussi potrebbe anche trovare un collegamento con l’attività produttiva derivante dal fatto che la forza lavoro impiegata nello stabilimento di Bussi era in prevalenza proveniente da quei Comuni così che un numero considerevole di abitanti di quelle aree è sicuramente entrata maggiormente in contatto con sostanze potenzialmente pericolose e può aver sviluppato forme tumorali per effetto del rischio lavorativo e non certo per l’assunzione di acque avvelenate». Quindi, la Corte aggiunge: «La maggiore presenza di tumori rilevata nell’area metropolitana di Pescara non rappresenta un dato significativo visto che l’agglomerato urbano di Pescara è un’area a forte antropizzazione e con la presenza di fattori di rischio tipici di tali ambiti. Non è possibile quindi stabilire alcun collegamento con il presunto pericolo derivante dall’assunzione di acque contaminate. Del resto, la riprova può essere desunta dal fatto che tutti i numerosi comuni presenti lungo l’asta fluviale del Pescara nella zona a valle del campo pozzi presentano un’incidenza di tumori inferiore alla media regionale». Quello studio, pur nella sua genericità, ha spinto così la Corte a concludere: «Non apporta elementi di conoscenza a sostegno della tesi accusatoria ma fornisca addirittura elementi contrari dimostrando come l’area della Val Pescara servita dall’acqua contaminata presenta – a livello meramente statistico – una morbilità inferiore rispetto alla media regionale». (p. au.)
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