La battaglia infinita di Mario Grosso Quel papà guerriero armato di dolcezza

17 Ottobre 2014

Piangeva solo al telefono, povero Mario, ché di persona teneva botta. Al massimo gli si inumidivano gli occhi per qualche istante, prima che una fulminea passata di fazzoletto cancellasse quel...

Piangeva solo al telefono, povero Mario, ché di persona teneva botta. Al massimo gli si inumidivano gli occhi per qualche istante, prima che una fulminea passata di fazzoletto cancellasse quel sussulto improvviso dalla lavagna di dolore che aveva scolpita sul viso.

Singhiozzava solo a distanza, per pochi istanti, di quelle lacrime che sgorgavano di colpo quando la diga eretta a custodia dell'angoscia che albergava nell'animo chiedeva una tregua. E allora sussurrava: non ce la faccio più, non ce la faccio più. Ci metteva poco a ricomporsi: era pur sempre un ufficiale dell'Esercito.

Mario Grosso era un uomo tenero, con quel viso ampio colorato di Sicilia che i graffi della vita facevano sembrare burbero, e che invece cullava una dolcezza grande così. Il dramma della figlia perduta chissà dove e chissà come lo spingeva a manifestare propositi bellicosi, gesti eclatanti, vendette draconiane che i suoi stessi occhi smentivano un momento dopo. Geneticamente incapace di concepire il male, non capiva perché qualcuno gliela avesse fatta così sporca a lui, sempre disponibile verso il prossimo, generoso, pronto a regalare un sorriso o a elargire una battuta anche nei momenti più bui. E con un grande amore per i ragazzi, lui professore di scuola per una vita, come la moglie Tina, di una mitezza senza pari, mai una parola fuori posto, anche lei un sorriso per gli altri e l'animo in tumulto.

Mario Grosso era un uomo profondamente innamorato della vita, della famiglia, rapito da quella figlia dissoltasi nel nulla una notte di luglio del 1996. Aveva l'accortezza di non mettere mai l'interlocutore direttamente a contatto col suo dolore, sempre attento a non prevaricare la sensibilità altrui con l'enormità di quell'incolmabile perdita. Il dolore gli stringeva il cuore come una tenaglia e la morsa era ancora più stretta ogni volta che lo giustizia lo deludeva.

Il trascorrere degli anni aveva amplificato ancora di più quel senso di vuoto scavato da una perdita tanto lacerante e minato piano piano la resistenza di un uomo che aveva fatto su e giù per l'Italia e l'Europa, che si era umiliato a grattare secondi anche in improbabili programmi tv, che si era affidato a visionari e investigatori senza scrupoli, sempre alla ricerca del fantasma della figlia. Dieci anni fa, al primo attacco di un male feroce, aveva giocato d'anticipo, come quei terzini di una volta incollati ai polpacci dei bomber, e aveva respinto l'attacco con decisione. Era il primo round.

Un mese fa, aveva reso noto lui stesso l'ennesimo colpo basso alla sua voglia di verità. Un'altra richiesta di archiviazione, la sesta in 18 anni. Ancora lacrime, al telefono, sommesse, delicate, disperate. E ancora quella frase, "non ce la faccio più", traboccante amarezza. Ripartiva ogni volta con sempre maggiore fatica, Mario Grosso, padre a cui era stato sottratto l'inviolabile diritto, sancito dalle leggi dei cuori, di sentirsi chiamare papà. Alla vita chiedeva solo una tomba e un fiore per la figlia smarrita. Non sapeva che, 10 anni dopo, quel male terribile lo avrebbe dribblato, infìdo e silenzioso, senza dargli il tempo di fare catenaccio. (g.p.c.)