La Cassazione rivela: i rom di Rancitelli spietati come la mafia

29 Novembre 2023

A sette mesi dagli arresti di Valentino e Guerino Spinelli, ecco le nuove accuse: «Usati gli stessi metodi violenti»

PESCARA. Lo dice la Corte di Cassazione: anche i fuochi d’artificio sparati nella notte in via Tavo, via Lago di Capestrano e via Lago di Borgiano, a Rancitelli, sono un simbolo di ostentazione del potere mafioso. Illuminare il buio per «affermare la propria predominanza sul territorio» e «conclamare la scarcerazione di sodali». Questa la strategia di una serie di famiglie rom pescaresi, legate da uno storico patto di alleanza. È la mafia di Rancitelli: «Un sodalizio ben individuato col chiaro riferimento al luogo in cui lo stesso ha la propria roccaforte».
La sentenza, 7 mesi dopo una catena di 20 arresti, rilegge un caso giudiziario che, per la prima volta, affibbia ai rom di Pescara il reato di associazione di stampo mafioso: «Un gruppo criminale organizzato dedito principalmente alla gestione degli affari illeciti legati al traffico di stupefacenti, avente la disponibilità di armi e sede nel cosiddetto Ferro di Cavallo, complesso di insediamento popolare indicato quale vero e proprio fortino della droga». Adesso, del Ferro di Cavallo resta soltanto un brandello di cemento. Così come, il 13 aprile scorso, è caduto «il gruppo criminale organizzato facente capo a Valentino e Guerino Spinelli, nonché alla compagna del primo, Erminia Papaccioli»: i tre sono stati arrestati insieme ad altre 17 persone. Un’organizzazione che «si discosta dagli ordinari modelli dell’associazione per delinquere, richiamandosi al riguardo pertinenti indici fattuali propri delle organizzazioni di stampo mafioso». Almeno tra il 2019 e il 2020, spiega la sentenza, il gruppo di Spinelli agisce a Rancitelli come fa la mafia: traffico di droga, controllo del territorio, intimidazioni e violenza ed esibizione del potere, come le spedizioni punitive sotto gli occhi della gente – coram populo, i termini usati dalla Cassazione per ribadire che i messaggi di quei rom sono diretti a un pubblico vasto. Un gruppo che rappresenta un «concreto pericolo per l’ordine pubblico»: per questo la Cassazione ha bocciato il ricorso di Guerino Spinelli, detto “Vietnam” e papà di Valentino, contro l’ordinanza del Tribunale del riesame dell’Aquila che aveva confermato la custodia cautelare in carcere. I padroni di Rancitelli, fino agli arresti dei carabinieri, guidati dal comandante provinciale, il colonnello Riccardo Barbera: «Un sodalizio radicato su una parte del territorio cittadino dotato di una propria forza di intimidazione che, in virtù della temporale insistenza sui luoghi, ha acquisito quei connotati di immanenza e di inquinamento del tessuto economico-sociale tipici dei consessi di stampo mafioso».
Uno stato contro lo Stato, rivela adesso la sentenza, addirittura «un punto di riferimento» per i cittadini che, in un quartiere a rischio come Rancitelli, non sanno a chi appellarsi: «L’insistenza del sodalizio sul territorio non si limita alla realizzazione del traffico di droga», scrive il presidente della seconda sezione penale, Sergio Beltrami, «ma ne trascende i relativi esiti, essendosi tradotta in un capillare controllo del territorio volto non solo ad esautorare chi si opponga alla gestione monopolistica dell'attività criminale conseguita in virtù di specifici accordi, ma anche e soprattutto a neutralizzare, mediante sistematiche intimidazioni, danneggiamenti e con l'uso della violenza, qualsiasi iniziativa volta a riaffermare l’autorità dello Stato sia che provenga da privati che da pubblici ufficiali».
La sentenza prosegue: «Le iniziative criminali del gruppo, anche laddove ascrivibili materialmente al singolo, hanno carattere diffuso, sono percepite come provenienti dal sodalizio che costituisce anche un punto di riferimento, in vece dello Stato, per risolvere controversie o soddisfare pretesi diritti. L’esternazione della forza del gruppo, poi, non solo è manifestata dagli atti di violenza ed intimidazione pure passati in rassegna dall’ordinanza impugnata ai quali sono conseguite obiettive situazioni di omertà, ma anche esternata coram populo con metodiche volte ad affermare la propria predominanza sul territorio (emblematico è il riferimento ad aggressioni perpetrate alla presenza di terzi e all’uso di fuochi d’artificio per conclamare la scarcerazione di sodali)».