La città che si sfidava davanti al biliardo

31 Gennaio 2016

Franco Boemi racconta il bar Cirillo, il locale di via Trento fondato da suo nonno Francesco, campione d’Italia di bazzica

PESCARA. «Ines, Ines la rossa, ve la ricordate? Viveva sopra all’albergo Bristol, in via Trento, glielo pagava il figlio benestante che era di Ancona dove lei non voleva stare. Tutte le mattine scendeva al bar, entrava tutta vestita di rosso e gridava “I cogl... dei preti!” e se ne andava. Era un porto di mare il nostro locale». Franco Boemi, oggi 67enne, ci tiene a raccontare la storia del bar biliardi Cirillo fondato dal nonno Francesco, originario di Villa del Fuoco, classe 1889, e portato avanti da suo padre Giuseppe, marito di una delle tre figlie (l’unico maschio morì giovane) del nonno campione di biliardo nel 1935. «Il nonno lo chiamavano tutti per cognome, Cirillo, faceva il ferroviere», racconta Franco, «quando la stazione di Pescara era uno snodo importante dove facevano tappa tutti i ferrovieri della linea adriatica. Con loro intorno ai vent’anni il nonno stava sempre a giocare a biliardo al bar Tempera, di fronte alla vecchia stazione, ma si rese conto che, senza sapere nè leggere nè scrivere, guadagnava più con il biliardo che con le Ferrovie. E lasciò il lavoro».

Inizia da qui la leggenda non solo di Francesco Cirillo, campione di bazzica conosciuto in tutta Italia, ma di un locale «che ha creato un’epoca, e che ha visto passare tutti i personaggi che hanno fatto Pescara», come dice Boemi degno erede del nonno tanto da guadagnarsi a biliardo il soprannome di Ribot (il cavallo campione).

Dov’era il bar biliardi?

Nel 1949 il nonno aprì dove poi ha aperto il cinema San Marco, in corso Umberto. Glielo propose Ciro Quaranta, allenatore di scherma che promuoveva le iniziative sportive con la Libertas, e aveva tutto il salone. Da lì poi ci spostammo nel 1954 in via Trento, dove sta ora il negozio di scarpe Nero Giardini, davanti alla Chitarra antica. Quel locale lo progettò l’architetto del costruttore Pizii molto amico di mio nonno, proprio per ospitare i biliardi: un salone completamente privo di colonne, ci stavano sette biliardi, più il bar con tre bariste per tutti i caffè che si facevano, oltre tremila al giorno con la macchina a pistone, e i tavoli per le carte. Siamo rimasti lì fino al 1985 quando mio padre decise di chiudere ma senza vendere la licenza, per salvare il nome Cirillo.

Ha detto che era un porto di mare. Un po’ di nomi.

Ne sono troppi e abbracciano tutte le generazioni. Negli anni Cinquanta per esempio, c’erano i giovani avvocati Rodriguez, Ciavarelli che aveva la fissa di giocare a biliardo sempre con una visiera, l’avvocato Francesco Barbara. Dopo la chiusura accompagnavano mio nonno a piedi, da via Trento a via del Circuito, per continuare a commentare la partita. Poi c’erano gli appassionati di carte, Alfonso Celsi, del negozio di scarpe, uno dei più belli all’epoca, Vittorio Fascina di Promo, Vittorio di Vr abbigliamento, Peppino Testa. Ma c’erano pure i fratelli Santomo, Gianni, detto Santomix dal fumetto Tom Mix e Rino, che si prendevano letteralmente a “seggiate” con Gino Pilota e Mariolino il fotografo, Mariolino Bettini, uno che lavorava un giorno alla settimana e poi tutti gli altri giorni stava fisso al bar, a ripulire Bruno Pace, Edmondo Prosperi, Pieraldo Cetrullo. Gianni veniva con Stefano Mezzazappa, c’erano pure Cecè, i fratelli Thomas. All’epoca c’era Osvaldo Rosignoli, un rappresentante di commercio che abitava in via Roma e spesso diceva alla moglie che stava fuori tutta la giornata, invece si rinchiudeva a giocare a biliardo. Una volta si è scordato di togliersi il grembiulino con la scritta Cirillo che si metteva per non sporcarsi al biliardo e la moglie lo scoprì mentre le raccontava la giornata di lavoro. Roba da pazzi.

Ha citato Pilota. È vera la storia che si mangiò un assegno pur di non pagare?

Sì, ma successe in un altro circolo. Perse 200 milioni di lire, Di Tizio, che organizzava le serate volanti, manteneva il banco e Pilota gli aveva lasciato l’assegno. Ma al momento di andarsene Pilota gli disse di darglielo, che gliene faceva un altro con un’altra banca, e invece in un attimo se lo mise in bocca e se lo mangiò. Da noi invece stava a giocare quando lo venne a chiamare la moglie, dicendo che era arrivato Luciano Benetton, e lui niente, non si mosse. Ma veniva pure Vincenzo Marinelli, giovane, quando non c’aveva una lira. E poi naturalmente Roberto lu pazz’. Lui stava fisso qui.

Chi era in realtà?

Ma era anche di buona famiglia, poi aveva avuto dei problemi di testa, a un certo punto si era ripreso, lavorava in un negozio di chiavi in via Carducci, e poi è stato di nuovo male. Io lo vado ancora a trovare, sta in un una casa di riposo qui vicino.

Chi litigava di più?

C’erano siparietti fissi, le partite, soprattutto a carte potevano durare dalle tre del pomeriggio fino alla sera, quando chi aveva finito i soldi iniziava a impegnarsi l’orologio, e lo metteva sul tavolo. Ma era più con le carte che si perdeva pesante, pure 20 milioni.

E come, con quali giochi?

A Scala 40, Stop, ramino, concia. Ma poi c’era Nando il barbiere, che stava in via Roma, che organizzava le bische volanti a casa delle persone.

E la polizia non veniva mai?

Mio nonno e poi mio padre si facevano rispettare, a biliardo ad esempio al massimo si potevano perdere 300 mila lire, ma era una grande famiglia. Però una volta, anni Sessanta, entrò il questore, che abitava sopra alla Chitarra antica. Entrò per un caffè e si avviò verso la sala delle carte. Là si siede accanto a uno dei giocatori e inizia a chiedere tutto, che gioco è, quanto si punta, come si vince, e quello gli dice tutto, pure di non rompere, che gli stava portando sfortuna. Il questore se ne va e dopo un po’ arrivano le pattuglie. Arrestarono tutti, anche mio padre. Con il questore che a quel giocatore gli disse pure, allora ti sei fatto fregare a stop...

Ha nominato Bruno Pace e Prosperi, qualche aneddoto?

Mah, Bruno era superstizioso, per ogni cosa: se uno aveva il cappotto nero, se lo fissava, se aveva le gambe incrociate, erano tutti segni contro di lui. Prosperi perdeva sempre, e a un certo punto per non giocare a soldi ci giocavamo le confezioni di caffè: avevo la casa piena di caffè Segafredo.

Com’era allora via Trento?

Stavamo di fronte a via Sulmona. Al posto della Chitarra antica c’era la sala corse, in via Sulmona sulla sinistra c’era il cinema all’aperto e poi sempre in via Sulmona c’era Vittorio Picnic, una specie di tavola calda dove andavano soprattutto i calciatori. E poi ci passavano le macchine in via Trento. Ma questo non impedì a uno dei fratelli Roma, che avevano la rivendita di bevande, di fermarsi al volo un pomeriggio intorno alle due con tutto il furgone e di dire al volo a Gianni Santomo “due partite secche a 11”. Oh, dietro al furgone si formò la fila di macchine che non potevano passare, ma lui non uscì finchè non finì di giocare. Ma ripeto, sono passati tutti da Cirillo, il dottor Franco De Santis, il professor Livio Presutti primario a Modena, i più grandi costruttori, da Di Properzio, Cervone, Vincenzo Mancinelli, Quintino Di Bartolomeo. Loro venivano a giocare a boccette, a biliardo. Ma ripeto, c’erano decine di gruppi che venivano, di tutti gli ambienti e di tutte le età. Il barone Cosma Capece Zurlo veniva a prendersi il caffè. Con Pace ad esempio veniva pure Giuseppe Romoli, detto Romoletto, calciatore del Pescara. Ma pure Giammarinaro, Nacucchi naturalmente, un personaggio vero: riportò a mio padre la prima camicia da Papete. E anche Erminio, quando lavorava ancora a Dolci. E i fratelli Petri, Giuliano e Armando.

E si fumava?

Nuvole di fumo. Ma le sigarette erano le Nazionali senza filtro, le Alfa.

Fino a che ora si giocava?

Aprivamo alle 6 e mezza con il bar perché l’albergo era pieno di rappresentanti di commercio, soprattutto dalle Marche. E si doveva chiudere all’una con biliardo e carte. A quell’ora il cassiere Brandolini spegneva tutte le luci, ma la gente si andava nascondendo nei bar, dietro ai biliardi e quando Brandolini pensava di aver mandato tutti via riapparivano e si ricominciava. In tanti anni non abbiamo fatto mai un pranzo di Natale normale. Alle due e mezza erano già lì che aspettavano di entrare a giocare.

Un ricordo.

Fine anni Cinquanta, io avevo 11 anni, dall’albergo Bristol per 3, 4 giorni scende un giovane bellissimo a giocare a biliardo. Poi una mattina arriva Ugo, il proprietario dell’albergo con il giornale in mano e lo fa vedere a mio padre. C’era la foto di quel ragazzo, il bandito Luntring che aveva fatto una rapina col mitra a Milano.

Ma che ha di bello il biliardo?

Il biliardo impegna il cervello e il fisico, devi avere braccio, occhio, resistenza fisica, devi leggere la geometria del tavolo. Farebbe bene ai giovani di oggi.

E allora perchè non riapre una sala?

Ci ho provato, nel 2000, ma i giovani non sono più come quelli di allora e gli affitti sono troppo cari. Continuo dal 1970 con l’azienda che produce e distribuisce biliardi e biliardini, che ora porto avanti con mio figlio Stefano.

Ma ci gioca ancora a biliardo?

È la mia passione. Mi chiamavano Ribot, ero fortissimo, vincevo sempre, tornavo a casa la sera con le tasche piene di cinquemila lire, ma il brutto è quando perdevi, ti dovevi rifare dell’onta. E stavi sempre a giocare. Io ho fatto la scelta di lavorare e stare con la famiglia. Ma se rinasco, se rinasco faccio il giocatore, come mio nonno.

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