La delusione dei familiari «È solo un contentino»

15 Febbraio 2024

Sfogo dei parenti delle vittime: «Non è stata fatta giustizia, solo un passo avanti» «L’ex prefetto ha le sue colpe, giusto che adesso sia stato condannato anche lui»

L’AQUILA. A un anno dalla sentenza di primo grado, le reazioni dei famigliari delle vittime della tragedia dell’hotel Rigopiano, spazzato via da una valanga il 18 gennaio 2017, appaiono più contenute subito dopo la lettura del dispositivo, avvenuta a porte chiuse (presenti solo i legali e alcuni dei parenti che si sono costituiti parte civile), nell’aula A della Corte d’Appello dell’Aquila, da parte del giudice Aldo Manfredi. La decisione è stata poi annunciata, in un secondo momento, alla stampa.
La condanna di un anno e 8 mesi per l’ex prefetto di Pescara Francesco Provolo, tra le novità della sentenza di secondo grado rispetto alla precedente, rappresenta un piccolo passo in avanti per alcuni parenti, «anche se non è stato ribaltato l’impianto accusatorio della sentenza di primo grado», precisa Francesco D’Angelo, che nella tragedia ha perso il fratello gemello Gabriele, autore della telefonata (di cui sono state perse le tracce), al centro coordinamento soccorsi della Prefettura. Una richiesta d’aiuto, inascoltata, su cui era stata inizialmente aperta un’inchiesta parallela sul depistaggio, poi accorpata alla principale. Francesco appare stanco e molto deluso, anche se le sensazioni provate ieri sono diverse da quelle dello scorso anno, al Tribunale di Pescara, quando il giudice Gianluca Sarandrea ha annunciato il verdetto: 25 assolti su 30. Ora ne sono 22.
«Hanno tirato dentro sia Provolo sia Bianco (dirigente della Prefettura), ma è solo un contentino», dice. «Ancora una volta torniamo a casa amareggiati. Non abbiamo più parole per commentare. La differenza è che in questa occasione eravamo più preparati, considerando l’esperienza dello scorso anno. La paura vive ancora dentro di noi. Non è mai andata via. Il punto è che la verità non verrà mai a galla. La legge, purtroppo, non è uguale per tutti», aggiunge Francesco.
Particolarmente deluso anche Alessio Feniello, papà di Stefano, 28enne morto nel disastro. «Non è stata fatta giustizia», dice. «Cerco di mantenere la calma, ma non è facile», sottolinea. Lo scorso anno, subito dopo la lettura del dispositivo, a porte aperte, non sono mancate le lacrime e le urla. Ieri le reazioni sono state diverse, anche se il dolore, negli occhi di madri, padri, sorelle e fratelli, sempre visibile.
«Ci aspettavamo di più. La condanna della Provincia e della Regione, per esempio. Tuttavia, tengo a precisare che se ci fosse stato l’ergastolo per tutti gli imputati, per noi genitori non sarebbe comunque cambiato nulla. Sarebbe cambiato l’aspetto psicologico e il modo di porci nei confronti di chi non c’è più. Avrei potuto guardare la foto di mio figlio e dire: ho fatto il mio dovere per darti giustizia», aggiunge Feniello.
«Una pena irrisoria», dice senza mezzi termini Federica Di Pietro affiancata dalla sorella Fabrizia. A Rigopiano hanno perso i genitori Piero e Barbara, e oggi Federica, che sul disastro di Rigopiano ha fatto la sua tesi di laurea, dice: «Non sono dei veri deterrenti, Rigopiano non ha insegnato niente, vuol dire che qualsiasi amministratore può sentirsi libero di sbagliare».
«Sono confusa, tanto confusa», dice Paola Ferretti, mamma di Emanuele Bonifazi, il receptionist dell’hotel, morto anche lui il 18 gennaio di sette anni fa. «Non è emersa tutta la verità. Ci sono delle responsabilità oggettive, che sono state ignorate, come la carta pericolo valanghe». E aggiunge: «Un passettino avanti è stato fatto. Mi aspettavo qualcosa in più, visto che era stata annunciata una bella pagina di giustizia». Paola e il marito Egidio Bonifazi sono di Pioraco, paese in Provincia di Macerata. Seguono le udienze sul processo relativo al disastro di Rigopiano fin dal primo giorno, perché la speranza di avere giustizia non li ha mai abbandonati. «Ai miei nipoti parlo sempre di zio Emanuele e agli alunni della primaria ho spiegato cosa avrei fatto oggi (ieri, ndc) anziché stare in classe con loro. Speravo di poter dare una notizia positiva, un messaggio di speranza per le nuove generazioni. E invece non posso. Prima di parlare di ciò che è accaduto devo prendere un po’ di tempo, perché non è stato ancora lasciato qualcosa di meglio per loro e per i miei nipotini», dice Paola.
«Al di là dell’entità della condanna, credo che aver incluso l’x prefetto sia comunque un messaggio importante», riferisce Gianluca Tanda, portavoce del comitato vittime, che nella tragedia ha perso il fratello Marco e la cognata Jessica Tinari. «Un piccolo risultato in più, un passo avanti. Manca però la Regione, grande assente», precisa. «Abbiamo sempre seguito le udienze con tanta speranza. La sentenza di primo grado le ha forse cancellate, ma siamo ancora qui», conclude.
Anche per Marcello Martella, papà di Cecilia, estetista dell’hotel, anche lei morta sotto le macerie dell’albergo, «la sentenza di secondo grado compie un passo in avanti rispetto a quella di primo grado. Il nostro perseverare, ma anche il vostro, è servito a qualcosa. Un uomo dello Stato che viene condannato è comunque un punto a nostro favore. Nessuno può restituirci nostra figlia, ma noi continueremo a lottare per lei, sempre».
«I sentimenti sono misti, non so descrivere bene come mi sento», precisa Anna Maria Angelucci, che nella tragedia ha perso la sorella Silvana e il cognato Luciano. Anche lei, come tanti altri parenti, non ha mai perso un’udienza. «Un piccolo passo è stato fatto, perché qualcun altro tra gli imputati è stato inserito. Non è stata fatta giustizia, questo è vero, ma già dallo scorso anno. Il dolore vive in noi e ognuno lo affronta in modo diverso», aggiunge. «Ci aspettavamo qualcosa in più, ma una piccola soddisfazione l’abbiamo avuta. L’ex prefetto ha le sue colpe e, mentre lo scorso anno è stato assolto, adesso qualcosa è cambiato anche per lui», commenta Mario Tinari, papà di Jessica.
«La colpa è di tutti, dal primo all’ultimo imputato», riferisce Nicola Colangeli, padre di Marinella, che gestiva la Spa dell’Hotel. «Sono molto deluso, mi aspettavo un altro tipo di sentenza. Chi muore, in Italia, non ha giustizia. A questo punto mi affido solo alla volontà di Dio».
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