La madre chiede scusa: ma aiutate mio figlio

10 Dicembre 2016

«Combatto da anni, ma da sola non ce la faccio più, va curato. Chiuso lì dentro può fare stupidaggini»

PESCARA. Non vuole parlare, «perché lui non vuole, e se lo sa si arrabbia». Ma alla fine cede, e racconta del figlio bambino, dei soprusi in classe, del professore di matematica che di fronte alle angherie dei bulli di turno in seconda media gli diceva «devi imparare a vivere».

In lacrime la mamma di A.C. il 32enne ai domiciliari per l’aggressione nella chiesa di via Colle San Donato chiede scusa a tutti, «anche se l’ho già fatto per telefono». Si giustifica, racconta dei sacrifici, dei debiti fatti per aiutare questo figlio «che ce l’ha contro tutti, anche con me, con mio marito. Non ci ha voluto neanche far chiamare dopo quello che è successo».

Una mamma di tre figli che per il maggiore di 32 anni si prodiga come può, ma non basta. Non basta mai. E dopo avergli lasciato la casa, per evitare le liti continue in cui una volta dovette intervenire anche la polizia, dopo averlo aiutato ad avviare un paio di attività che ancora sta pagando, dopo tutti i pranzi e le cene, e le sigarette che con suo marito gli porta un giorno sì e uno no, dopo quest’ultimo episodio la donna getta la spugna e tra le lacrime dice: «Non possiamo farcela da soli, se mio figlio non riesce a controllarsi vuol dire che gli scatta qualcosa. E i domiciliari non servono, anzi. Così diventa matto, chiuso là dentro davanti al computer giorno e notte può fare qualche stupidaggine, può fare anche qualcosa di peggiore ma devono convincerlo. Devono convincerlo a curarsi. Ma lo deve dire il giudice, perché a noi non ci sente».

Un appello alle istituzioni che la madre fa come estrema richiesta di aiuto: «Finché abbiamo la salute, mio marito e io andiamo avanti a lavorare e a pagare tutto quello che ci resta da pagare. Ma lui è giovane, ha una vita davanti, qualcuno lo deve aiutare, qualcuno che gli dia qualche consiglio e lo convinca. Se ha bisogno di qualche accertamento paghiamo noi, ma non ci accetta, non vuole aiuti, non chiede soldi, niente». Un grido d’aiuto che la donna fa con la dignità e la disperazione di chi è abituata a contare sulle sue sole forze che adesso, però, non bastano più. Come non bastano più neanche le giustificazioni: «Lui non disturba nessuno, ma quando gli invadono la proprietà gli prendono queste crisi, ce l’ha con tutti».

Alle spalle una vita piena di sgambetti del destino, piccole cose che una dopo l’altra sembrano aver segnato in maniera pesante il carattere e l’indole di una persona forse troppo sensibile. «È iniziato tutto alle medie», racconta la mamma, «era capitato nella classe peggiore della scuola, i compagni gli menavano di continuo e lui non si ribellava mai. Anzi. Ma visto che la preside non interveniva, che addirittura il professore di matematica gli diceva che doveva imparare a vivere, ha iniziato a difendersi da solo. E da allora sono iniziate le crisi. Non dormiva più. Alla fine in seconda media l’ho ritirato da scuola. Ha preso la licenza privatamente e ha iniziato a lavorare. L’avevo fatto anche vedere da un medico, tutto a posto. Si è messo a lavorare subito. Ha fatto il cameriere, il manovale, ma si è fatto male a una vertebra. L’abbiamo portato a Forlì, si doveva operare, ma era un intervento troppo delicato. Così sono passati gli anni, non ha più neanche i punti della patente. Gli ho proposto di comprargli un’edicola, abbiamo avviato un’altra attività, ma le cose vanno male. Più che lavorare giorno e notte non posso fare, per aiutare questo figlio». Ma se scemano le forze non è così per la speranza di dare al suo ragazzo un futuro finalmente migliore del passato e del presente: «Spero che qualcuno, alla fine, trovi il modo per aiutarlo davvero. Ha solo bisogno di aiuto». (s.d.l.)

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