«La Maturità? Feci l’esame con il dolore nel cuore per la morte di mio nonno»

Diplomata allo Scientifico di Penne nel 1981 con il massimo dei voti la scrittrice Di Pietrantonio racconta: «Non ho dormito: ero agitata»
PESCARA. Il suo esame di Maturità l’associa a un dolore. E all’ansia della notte prima, passata senza chiudere occhio. Mentre tremila studenti pescaresi oggi sono chiamati a svolgere la prima prova scritta, Donatella Di Pietrantonio, la scrittrice abruzzese originaria di Arsita vincitrice del premio Campiello nel 2017 con “L’Arminuta”, racconta quell’inizio d’estate del 1981 affidandosi alle emozioni della ragazza di allora. Innamorata della letteratura francese, terrorizzata dalla prova di matematica e insicura, come è poi sempre stata prima di ogni esame.
Che scuola ha fatto?
«Il liceo scientifico Luca da Penne, a Penne».
Voto di maturità?
«Il massimo di allora, 60».
Si ricorda la notte prima della prova di italiano?
«Sì, certo, non ho dormito. Ho passato la nottata a studiare, cosa che ho fatto anche dopo, all’università, quando arrivavo davanti al professore ancora con il libro in mano per ripassare. La notte prima della Maturità sono stata come in tutte le altre vigilie d’esame, agitata e ansiosa. Ho fatto sempre soffrire mia madre per questo, ogni volta le dicevo mi bocciano non so niente, e lei “non ti preoccupare anche se va male”. E poi invece andava bene».
E per la Maturità che le disse sua madre?
«Questo è il ricordo brutto che associo a quel periodo. Il giorno prima dello scritto di italiano mia madre non era in casa e non capivo dove fosse. Chiedevo, mi rispondevano a mezza bocca che era dai nonni. Ma a me sembrava troppo strano, perché lei sapeva quanto fossi ansiosa. Poi non tornò più neanche a dormire e allora mi dissero che era rimasta lì perché il nonno non stava bene. Quando la mattina dopo sono andata a scuola, per la prova di italiano, prima di entrare una ragazza di un’altra classe mi ha dato le condoglianze. E così in quel modo terribile, prima di iniziare l’esame, ho scoperto che mio nonno era morto. All’uscita trovai ad aspettarmi mio padre, che non era mai venuto a riprendermi. Ecco, il mio esame di Stato è legato a quel lutto. Ricordo che quel pomeriggio, mentre tutti si preparavano le copiette con le formule di matematica per lo scritto del giorno seguente, io ero al funerale di mio nonno Edmondo».
E come andò matematica?
«Andò bene, perché non mi sono fatta vincere dall’ansia, anche se ero molto più ansiosa rispetto allo scritto di italiano. Ma paradossalmente, essendo in una condizione di grande dolore per la morte di mio nonno, quando mi sono seduta ero molto più concentrata. Forse perché avevo dentro qualcosa di più forte e questo mi ha fatto sdrammatizzare il temibile scritto».
Tornando alla prima prova di italiano, che tema ha fatto?
«Un tema di letteratura, su Svevo. Ma nella traccia c’era la possibilità di trattare anche l’attualità, cosa che feci. All’epoca si parlava molto della minaccia nucleare. Andò molto bene e per un motivo semplice, che voglio dire ai ragazzi che si trovano alle prese con l’esame: invece di stare ferma sullo scrittore che era nel programma del quinto anno, sono partita da Svevo, ma poi ho fatto dei collegamenti con le mie personali letture che in quel periodo erano per esempio Cassola, scrittore che oggi viene letto pochissimo, e Oriana Fallaci, che aveva scritto “Se il sole muore” che citai riguardo all’incubo della possibile distruzione del pianeta. Il tema fu valutato molto bene, non per le nozioni che conteneva, ma perché faceva capire che leggevo. L’esperienza di quelle letture si fondeva con lo studio, con le materie e i programmi scolastici».
Passiamo all’orale, si ricorda che giorno era?
«Mi ricordo che era luglio e che faceva caldissimo. Portai francese come prima materia e italiano come seconda, e la cosa particolare è che andai meglio a francese, presi 10. Non ricordo che autore mi fu chiesto all’inizio, ma poi piano piano ho sviato portando il discorso su Sartre. Adoravo la letteratura francese, avevo un’insegnante bravissima, Carmela Perilli. Era considerata molto severa, ma aveva una grande passione per la letteratura francese che mi ha saputo trasmettere».
Perché andò meno bene in italiano?
«Perché c’era un commissario esterno molto pedante, chiedeva solo opere e date».
Che consiglio può dare ai maturandi di oggi?
«In base alla mia esperienza, il consiglio è di cercare di portare se stessi in questa prova, e quindi di non attaccarsi alle facili nozioni della memoria, dell’aderenza ai programmi scolastici, ma cercare di esprimere le persone che i ragazzi di quell’età già sono, qualcosa di personale che riguardi la propria identità, la propria visione del mondo. Io credo che qualsiasi docente apprezzerebbe tantissimo di trovare questo nella prova di italiano e all’orale».
Bravissima in italiano, appassionata di letteratura: perché poi all’università ha scelto odontoiatria?
«Non ho avuto il coraggio di perseguire quella passione, di dire ai miei genitori, che facevano tanti sacrifici, che avrei voluto studiare letteratura o giornalismo, che mi piaceva tantissimo. Quindi mi sono avviata verso un percorso più rassicurante e comprensibile agli occhi dei miei. Ma comunque odontoiatria non la rinnego, è un lavoro che mi appassiona».
Dunque, ai ragazzi che dovranno scegliere l’università, che cosa si sente di dire?
«Di non fare come me, ma di perseguire sin dall’inizio le proprie passioni. Di non stare a guardare tanto le statistiche e ciò che il mercato del lavoro gli chiede, perché se si ha veramente dentro un demone, una passione che ti consuma, in qualche modo si troverà la strada per farne un lavoro».

