«La maturità? Un incubo» I ricordi dei vip pescaresi

Imprenditori, comici, sportivi, politici, rappresentanti del sociale e della scuola raccontano come hanno vissuto gli esami di Stato, oggi al via per 2997 studenti
PESCARA. «È stato un incubo». Anche se sono passati tanti anni dall’esperienza della maturità, il ricordo degli esami di Stato non è poi così piacevole, per molti. Ma oggi, ripensando a quei giorni di grande tensione, sono inevitabili la tenerezza e il tono scanzonato.
Gianni Santomo ha ancora «nitida» l’immagine delle «notti insonni trascorse a ripassare» e non dimenticherà mai il prof di lettere, «un prete che mi chiese quando cade la Pentecoste. E poi chi ha scritto il Padre Nostro (e io risposti Dante)». Santomo, brillante come sempre, teme che dietro queste domande ci fosse una specie di presentimento del prof. «Forse avevo commesso qualche leggerezza nello svolgimento del tema e l’insegnante deve aver capito che ero nazi-faraonico, per cui cominciò a provocarmi. Io fui costretto a subire passivamente. Certo che fui promosso, non ero mica un asino». Ai 2997 pescaresi che oggi affrontano la prova degli esami di stato, Santomo ricorda che «la calma è la virtù dei forti.
E anche dei preparati. Se hanno studiato non hanno nulla da temere. Ma chi non è bravo a studiare sarà bravo a fare altro», dice l’imprenditore lanciando un suggerimento agli insegnanti. A proposito del rapporto con i professori, non dimenticherà mai quel prof che gli chiese: «Santomo, cosa stai facendo?». Lui rispose candidamente «Niente». E il docente replicò: «Ecco, allora esci fuori».
OLIVIERI. I consigli arrivano anche dal comico Vincenzo Olivieri che si rivede all’epoca della maturità in preda «alla tensione e al nervosismo». D’altronde, dice, ci si giocano «cinque anni di studio». L’ideale sarebbe «presentarsi agli esami con tranquillità, puntando all’obiettivo finale, cioè il diploma. Bisogna vivere con estraneità il momento, con lucidità, come se fosse una interrogazione come tutte le altre. Una volta di fronte ai professori, si dovrebbe guardare un punto fisso e cominciare a parlare, per non distrarsi. Ma senza alzare gli occhi al cielo, come farebbe Verdone».
RUSSO. Sembra aver cancellato tutto di quei giorni Michele Russo, della società di comunicazione Mirus. «Non ricordo nulla. Anzi, ricordo che non vedevo l’ora di finire perché mio padre mi aveva promesso un premio: darmi il suo camper per una vacanza con gli amici in Sardegna, che poi feci. Insomma l’esame è stato superato dal post esame, nella mia memoria». Però, a pensarci bene, Russo tira fuori qualcosa dalla memoria. «Se ci penso bene, fui uno dei pochi a cui cambiarono una materia all’ultimo momento, perché era possibile. Mi diedero il tedesco, e io non sapevo nulla. Per fortuna in commissione misero un insegnante della mia scuola, non avendone trovati altri. E io lo contattai per dirgli delle mie difficoltà. Durante l’esame, rispondendo in tedesco alle sue domande, dissi più volte che non sapevo quell’argomento e di chiedermi altro. Avevo imparato bene un paio di frasi per giustificarmi e i componenti della commissione non immaginavano cosa stessi dicendo. Anzi, devono aver pensato che io sapessi bene il tedesco, sentendomi parlare con scioltezza».
TUCCI. «Se dovessi fare gli esami oggi sarebbe tutta un’altra cosa» dice Ezio Tucci dallo stabilimento- ristorante Il Moro. «I primi giorni, in particolare. sono i più difficili. Poi il nervosismo tende a diminuire. Certo, dipende tutto da come ti prepari. Ma sono comunque i primi esami della vita. I giovani dovrebbero viverla serenamente, i docenti dovrebbe mettere meno tensione. Se dovessi fare oggi gli esami? Sarebbe tutta un’altra cosa».
CHIAVAROLI. Sorride Federica Chiavaroli, ex sottosegretario di stato, che non ha dimenticato un attimo della sua esperienza di maturanda e pensa a quegli esami come ad «una bella cosa». «A scuola ero bravissima» e «il tema su Manzoni e il compito di matematica, molto difficile», non l’hanno spaventata affatto. Preparata e con il cuore grande, visto che «mi prodigai molto», prosegue ironicamente pensando agli aiuti elargiti a chi era in difficoltà. «Diciamo che fu una esperienza collettiva», sottolinea. Per lei non ci fu tensione durante la fatidica notte prima degli esami. «Ero serena, ho dormito e mangiato regolarmente. L’esame va preso con serietà e impegno, questo dico ai giovani. Anche se poi, con il passare degli anni, ho capito che ci sono prove più importanti, nella vita».
ROCCHI. E una dirigente scolastica, come ripensa ai suoi esami? Anna Teresa Rocchi, del liceo Galilei, ha tutto ben impresso nella mente. Non solo le prove sostenute ma anche il 26 luglio 1972, giorno del suo onomastico, quando sostenne la prova orale davanti al provveditore di allora. «Fu una esperienza molto bella, piena, una prova impegnativa che mi diede soddisfazione perché sono riuscita ad esprimere al meglio lo studio di quegli anni». E oggi «sono in ansia con i ragazzi, a cui mi sento molto vicina». Anche come mamma non è stato semplice perché «non riuscivo a stare a casa. E ricordo che mio padre ha continuato a sognare i propri esami fino a ottant’anni. Ma per i giovani di oggi è diverso: la vivono in modo più scanzonato».
LIUZZI. C’era «tensione», senza dubbi, anche per Vitantonio Liuzzi, ex pilota di Formula Uno, che ha solo dei ricordi «lontani» ma è certo della fretta che aveva di liberarsi della scuola. Perché «ero già concentrato sulla pista», avendo cominciato a 11 anni. «Era un bel peso, in quel periodo, perché ero lanciato nel mondo automobilistico. Ma andare bene a scuola mi faceva stare più tranquillo in pista e l’aver studiato lingue mi ha aiutato nella carriera sportiva. È stato un bel traguardo, un esame importante. Però volevo focalizzare la mia attenzione su altro».
PANZINO. I dettagli di quel periodo sono ancora nitidissimi per Carla Panzino, presidente della Onlus Adricesta, che 42 anni dopo racconta tutto con dovizia di particolari. A partire dal «vestito fucsia da signora che mia madre mi fece comprare e sistemare. Io mi vergognavo perché era da signora. E ho odiato a quel colore fino a pochi anni fa, quando mio marito mi ha fatto comprare un vestito dicendo che mi stava benissimo». L’esame andò nel migliore dei modi: non poteva essere altrimenti perché la Panzino era molto preparata, anche grazie all’aiuto di un compagno di scuola, Pasquale, «bravissimo in matematica in ragioneria», e di un vicino di casa, Antonio, che «mi fece leggere Ungaretti e Pirandello. E la prova scritta uscì proprio su Pirandello. Ricordo ancora oggi il titolo». Oltre a superare brillantemente l’esame di italiano e ragioneria Panzino aiutò chi era in difficoltà. «Scrissi perfino sul muro del bagno» e in particolare si preoccupò di un’amica che «non ce l’avrebbe mai fatta da sola». I professori le strinsero la mano. E dissero: «Finalmente un bel 60». Invece si diplomò con 55, «il voto più alto della scuola. E mamma mi fece trovare i cioccolatini, in regalo».

