«La morte di Anna Carlini, le indagini sono chiare»

8 Ottobre 2022

La 33enne lasciata morire nel tunnel della stazione e il ricorso respinto dei due condannati: i motivi della Cassazione

PESCARA. «Il motivo di ricorso non supera il necessario scrutinio di ammissibilità, risolvendosi nella censura del merito delle valutazioni operate dalla Corte d’Appello (in piena sintonia con il primo giudice), e nella prospettazione di una diversa lettura delle risultanze medesime, il cui apprezzamento è evidentemente precluso in questa sede». Dunque, un secco rigetto da parte dei giudici della Corte di Cassazione, del ricorso dei due imputati condannati in primo e secondo grado per la morte della povera Anna Carlini: la pescarese di 33 anni, affetta da disturbi psichici, violentata e lasciata morire nel tunnel della stazione di Pescara la notte del 30 agosto del 2017. Per la sua morte Nelu Ciuraru, accusato di violenza sessuale e omissione di soccorso, venne condannato a 11 anni e mezzo, mentre Robert Ciorogariu, che rispondeva soltanto del secondo reato, a due anni di reclusione.
«In buona sostanza», aggiungono i giudici della Suprema Corte, «si è dinanzi ad un complesso argomentativo del tutto immune da censure qui deducibili, che non può essere posto in discussione dai rilievi difensivi imperniati su difficoltà nella “lettura” del reale stato in cui versava la Carlini, alla luce delle condizioni di estremo degrado caratterizzanti l’intera vicenda: si tratta di aspetti presi in adeguata considerazione dai giudici di merito e superati con argomentazioni puntuali e logiche». Insomma, bocciatura totale per i ricorsi presentati dagli avvocati Leone Di Giannantonio (difensore di Ciuraru) e Stefano Sassano (che assisteva Ciorogariu). Infondato anche il punto, sempre criticato dalla difesa di Ciuraru, relativo all’esame del Dna «che ha attribuito all’imputato, in termini di sostanziale certezza», scrivono i giudici romani, «il liquido organico rinvenuto nelle parti intime della Carlini», che «erano inequivocabilmente indicativi di un rapporto sessuale consumato nelle ore immediatamente precedenti il decesso della donna», trovata «con i vestiti e gli indumenti intimi calzati su una sola gamba». «I giudici di merito», aggiunge la Cassazione in relazione all'iter seguito dal consulente e dalla procura per l'effettuazione dell'esame, «hanno concordemente e incensurabilmente ritenuto che tutta l’attività irripetibile fosse stata effettuata rispettando le disposizioni e che l’assunzione della qualità di indagato di Ciuraru, era stata assunta in un momento successivo, quando ormai nessun avviso era dovuto, in considerazione della tipologia di attività svolta in esecuzione del secondo incarico».
Confermati anche i risarcimenti danni per le parti civili costituite (assistite dall’avvocato Carlo Corradi), compreso il Comune di Pescara, che ha subito un «inequivocabile danno all’immagine».