«La nostra missione in ospedale per gestire le paure dei malati»

Il racconto della coordinatrice degli infermieri dell’Aquila: «Facciamo uno sforzo enorme e combattiamo con le ansie»
L’AQUILA. Li chiamano “gli angeli in corsia”. Da quando è esplosa l’emergenza coronavirus, affrontano anche turni di venti ore lavorative, con professionalità e abnegazione. Senza mai un cedimento. All’assistenza sanitaria uniscono il conforto psicologico: sono chiamati a gestire ansie e timori di pazienti che hanno contratto il Covid-19 e vivono in totale isolamento. Anche una sola parola, in certi casi, può fare la differenza. Roberta Priore, coordinatrice infermieristica dell’Unità operativa di Malattie infettive dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila, racconta la giornata- tipo di un infermiere.
Come state gestendo i pazienti affetti da coronavirus?
«Lo sforzo è enorme. Già dai primi casi riscontrati in Lombardia abbiamo compreso che si trattava di una patologia particolarmente diffusiva e contagiosa. Ci siamo preparati seguendo alla lettera le circolari ministeriali e con un periodo di addestramento del personale, che ha risposto con grande professionalità e serenità. Operando in un reparto di malattie infettive, utilizziamo costantemente i dispositivi di protezione individuale – camice impermeabile o tuta, mascherine Fpp2 e Fpp3, che filtrano al 99 per cento batteri e virus, occhiali o barrer oculari – ma affrontare una simile emergenza è impegnativo: quando usciamo dalle stanze di degenza siamo accaldati, con il viso tumefatto per i segni evidenti delle mascherine che, essendo contenitive, esercitano una forte pressione. Accanto ai segni fisici c’è la grande stanchezza accumulata».
Quante ore consecutive di lavoro effettuate?
«In questi giorni, anche 18-20 ore per garantire il servizio. Si va ad oltranza, ben oltre i turni stabiliti. Gli infermieri lo fanno spontaneamente, per coscienza, consapevoli del momento di estrema difficoltà. La nostra professione è anche un po’ vocazione. Capita di lavorare interrottamente per ore, di fermarsi solo per mangiare un panino, quando si può. Di questa grande abnegazione voglio dare atto a tutto il personale infermieristico e di supporto, agli operatori socio-sanitari. La collaborazione è strettissima anche con il reparto di rianimazione».
Qual è la procedura da seguire?
«Di fronte a una malattia così contagiosa, molto tempo va dedicato alla vestizione e alla svestizione degli operatori, oltre che all’assistenza diretta dei pazienti, che si trovano in uno stato di totale isolamento e non possono comunicare con i parenti. Il virus si trasmette attraverso l’apparato respiratorio, la cautela pertanto è massima. Ma alla gestione sanitaria, diagnosi e terapie farmacologiche, si unisce il supporto psicologico. Anche noi operatori non siamo esenti da timori e ansie, ma innanzitutto dobbiamo gestire la paura dei pazienti, rassicurarli e aiutarli a comunicare con l’esterno».
Il personale in servizio è sufficiente?
«I turni sono raddoppiati, se non triplicati. I ritmi di lavoro serratissimi. Negli ultimi giorni sono arrivate nuove unità infermieristiche e mediche, si stanno potenziando i reparti di Malattie infettive e rianimazione, considerando che la caratteristica di questa patologia è che, in percentuale variabile, alcuni pazienti vanno incontro a insufficienze respiratorie importanti e hanno bisogno di un supporto ventilatorio».
C’è necessità anche di dispositivi di protezione. Cosa si può fare?
«I Dispositivi di protezione individuale, camici idrorepellenti, guanti in nitrile e mascherine chirurgiche, stanno terminando. L’invito è a fare donazioni all’ospedale San Salvatore per procurare il materiale necessario».
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