«La nostra religione non c’entra con i terroristi degli attentati»

21 Novembre 2015

Nei locali di via Pisa ogni venerdì si ritrovano a pregare centinaia di musulmani della provincia In silenzio si tolgono le scarpe, si lavano e s’inginocchiano: siamo dispiaciuti per quello che è successo

PESCARA. Arrivano in silenzio, a decine, e ne sono talmente tanti che qualcuno deve rimanere fuori, in attesa del turno delle 14. Sono i fedeli della “moschea” di via Pisa che come tutti i venerdì a mezzogiorno si ritrovano nel locale preso in affitto dall’associazione “An Noor” per pregare.

«As salam aleikum» la pace sia con te, sussurrano gli uni agli altri mentre si tolgono le scarpe ed entrano nello stanzone che un tempo era una tipografia. I più osservanti indossano il cappello della preghiera, ma poi tutti, una volta dentro, si siedono sul bordo del vascone per lavarsi il viso, i piedi, le braccia e le mani: per arrivare puliti davanti ad Allah. Tanti sono africani, ma ci sono anche pachistani, indiani, , marocchini, albanesi, turchi come il ragazzo con giacca e occhiali che in inglese racconta di essere uno studente universitario, «sono a Pescara da tre mesi per l’Erasmus e vengo a pregare qui ogni venerdì».

Ma quello di ieri è stato un venerdì particolare, perché è stato un altro giorno di sangue con i terroristi jihadisti che in un hotel del Mali hanno ammazzato 27 persone e perché è il primo dopo la strage di Parigi di venerdì 13. «Siamo dispiaciuti, la nostra religione non c’entra niente con questi fatti e con quelle persone», spiega Khan Rafrik Ibraim, indiano da dieci anni a Scafa, consigliere dell’associazione che apre al Centro il luogo di culto.

«Quella dei terroristi non è la nostra religione», prende a sua volta le distanze Mohamed Sumon, segretario dell’associazione originario del Bangladesh e da nove anni a Pescara. «Noi veniamo qui per pregare il venerdì, che è il giorno di preghiera collettiva, ma poi preghiamo cinque volte al giorno tutti i giorni. Nella preghiera di oggi (ieri ndr) abbiamo parlato di quello che è successo, siamo tutti dispiaciuti». Sono circa duecento i fedeli, provenienti da tutto l’hinterland, che da due anni frequentano il locale di via Pisa e sono perlopiù rappresentanti delle comunità africana, indiana, pachistana e del Bangladesh. Ma in via Caravaggio c’è un altro locale adibito a moschea sempre attraverso un’associazione, l’associazione Comunità islamica di Pescara che raccoglie invece soprattutto nordafricani e macedoni. Entrambe le sedi, ora più di sempre, sono costantemente monitorate da forze dell’ordine e Digos. In tutto il Pescarese sono circa seimila gli stranieri provenienti da Paesi con attinenze alla religione musulmana e che, riferiscono fonti della Questura, non hanno nulla a che vedere con i numeri delle presenze nel nord Europa. Qui non ci sono ancora le seconde generazioni, la comunità più “vecchia” è quella marocchina arrivata negli anni Settanta, ma si parla di famiglie con i figli ancora piccoli o addirittura che non si sono ancora ricongiunte. «Molti di noi hanno le famiglie ancora nei Paesi di origine», riprende Mohamed, «siamo qui per loro, è solo il lavoro che ci interessa, portare il pane alle nostre famiglie che se ci va bene rivediamo una volta all’anno».

Effettivamente di donne, dentro il locale di via Pisa, non se ne vedono. «Ce ne sono poche, e quelle che ci sono vengono solo durante il Ramadan», spiega Rafrik, «ma nel mio caso ho una moglie cattolica, conviviamo tranquillamente perché crediamo entrambi in un Dio, ed è questo che conta. Nostra figlia farà come crede, l’importante è pregare». E così fanno ogni venerdì in via Pisa, nel cuore della città che indifferente gli passa davanti. «In questa settimana non è cambiato niente nei nostri confronti, la gente ha capito. Esaltati da noi? Mai arrivati. Qui si viene per pregare, poi si torna al lavoro».

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