La pandemia “spagnola” Il racconto in quelle foto che sembrano di oggi

Come all’epoca, l’Abruzzo usciva da un terremoto: quello della Marsica Mascherine, quarantena e divieti: così ci si difendeva dopo la guerra
Cento anni fa. Eppure quelle foto in bianco e nero sembrano di oggi. Centinaia di malati nei loro letti, le infermiere con le mascherine che portano via i cadaveri, ex lazzaretti, locali di fortuna ed edifici istituzionali riconvertiti in ospedali. E ancora: famiglie intere con le mascherine, perfino i gatti, e le autorità che controllano chi scende e chi sale dai tram. Sono immagini che raccontano la spagnola, la pandemia che tra il 1918 e il 1920 uccise 50 milioni di persone nel mondo, di cui circa 600mila in Italia. Anche oggi, come cento anni fa, l’Abruzzo usciva dal terremoto, quello della Marsica che nel 1915 causò oltre 30mila morti. Oggi, ai tempi del Covid-19, l’Abruzzo esce dal terremoto dell’Aquila e da quello più recente che ha colpito il centro Italia. Cento anni dopo, quelle istantanee tornano d’attualità nei tempi in cui un’altra pandemia, il coronavirus, sta flagellando il mondo.
SI MORIVA DA SOLI. Basta leggere la lettera che Italo La Torre, un sopravvissuto di Roma alla spagnola, scrisse alla sorella per raccontarle della morte del padre, per trovare alcune analogie tra la spagnola e il Covid-19. «Papà era preso da tosse violenta e febbre», scriveva Italo. «Dopo tre giorni si fece il funerale, tristissimo, senza accompagno, poiché non si poteva prevedere l’ora e perché mi avevano detto proibiti gli accompagni. Dopo sette giorni dovetti andare al Verano e avere lo strazio di cercare fra 40 o 50 feretri ammonticchiati quello da me adorato». E così in un attimo tornano in mente le immagini di oggi di camion militari che trasportano centinaia di bare a Bergamo e lo strazio dei familiari che non possono dare l’ultimo saluto ai loro cari.
LE ORIGINI DEL VIRUS. Venne chiamato così perché la Spagna, che era non era coinvolta nella Grande Guerra, fu la prima a parlarne mentre nel resto del mondo c’era la censura militare. L'epidemia scoppiò a ridosso della Prima guerra mondiale e fu favorita dalla scarsa igiene, dalla malnutrizione e dal sovraffollamento delle strutture mediche. Il tasso di mortalità, a differenza del Covid, fu alto tra le persone sane di età compresa tra 15 e 34 anni. Oggi si ritiene che l’epidemia fu diffusa dai soldati americani sbarcati in Europa dal 1917 per la Grande Guerra.
MASCHERINE ANCHE AI GATTI. Centinaia di morti si accumulavano. La situazione era così grave che alcune infermiere raccontavano che il massimo che potevano fare era dare ai pazienti un bicchiere di whisky caldo. Il distanziamento sociale c’era anche all’epoca. Venne interdetto l'accesso a teatri, chiese e altri luoghi pubblici al chiuso, in alcuni casi anche per un anno intero. Allora come oggi, i funerali furono limitati e venne richiesto di indossare le mascherine, solitamente in tessuto. In una delle tante foto in bianco e nero, si vede una famiglia intera, compreso il gatto, con la mascherina. Chi non la indossava, non poteva prendere il tram ed entrare negli uffici. Proprio come oggi, dove in alcune città è obbligatorio indossare le mascherine per uscire. C’era persino il divieto di tossire e starnutire in pubblico.
I RIMEDI IN CASA. Non c’erano cure specifiche contro la spagnola, così come non c’è un vaccino per il Covid-19. C’era spazio per le cure più fantasiose. I rimedi casalinghi comprendevano gargarismi con il bicarbonato di sodio e l'acido borico, impacchi di sale nelle narici e mangiare cipolle a tutti i pasti.
GLI OSPEDALI DA CAMPO. Anche allora come oggi, il sistema sanitario finì al collasso e ci fu una corsa contro il tempo per creare nuovi posti letto e realizzare appositi ospedali per gli infetti. Quelli che oggi chiamiamo ospedali Covid, all’epoca erano caserme, scuole, collegi e seminari riconvertiti in ospedali da campo per far fronte all’emergenza. Anche allora la carenza del personale sanitario era evidente. Scesero in campo i volontari della Croce rossa e medici e infermieri militari venivano inviati anche negli ospedali civili. La mancanza di mezzi di trasporto a causa della guerra, inoltre, rendeva più difficile il movimento dei pochi sanitari disponibili. Un po’ come accade oggi, dove i voli sono bloccati e per l’arrivo di mascherine bisogna aspettare settimane.
LA QUARANTENA. Nella lettera di Italo La Torre c’è il racconto di una famiglia intera contagiata e in quarantena. Un quadro più che mai attuale. «Papà era preso da tosse violente e febbre, dopo qualche ora anche mamma aveva la febbre a 39», scrive Italo. «In casa nostra non poteva entrare nessuno, solo il portinaio cominciò a comprarci qualche medicina. Il medico ordinò a tutti iniezioni di olio canforato e si trovò un infermiere che venisse a farle di tanto in tanto». Italo perse il suo papà. E cento anni dopo, il suo strazio è lo stesso di tanti figli che oggi vedono morire i loro genitori dietro le porte di una terapia intensiva.
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