La poetessa araba Haddad: togliere il velo dell’ipocrisia

L’AQUILA. Un inno alla libertà, uno schiaffo all’ipocrisia, una bacchettata al femminismo fine a se stesso, un invito a togliere ogni velo soprattutto quello che costringe a nascondere la verità. La...
L’AQUILA. Un inno alla libertà, uno schiaffo all’ipocrisia, una bacchettata al femminismo fine a se stesso, un invito a togliere ogni velo soprattutto quello che costringe a nascondere la verità. La presenza ieri all’Aquila della poetessa libabanese Joumana Haddad ospite d’onore del premio “Laudomia Bonanni -Bper” è stata per il capoluogo una ventata di aria fresca in una città dove la maschera dell’ipocrisia, il silenzio pubblico che si fa pettegolezzo privato, l’ossequio al potente di turno che dispensa favori sono tratti distintivi di una comunità che vive la ricostruzione come un grande affare e benedice “la fortuna” del terremoto.
La cerimonia di premiazione si è svolta ieri all’Auditorium del Parco stracolmo grazie alla presenza degli studenti del liceo Classico, dello Scientifico, dell’Itis e della scuola media Dante Alighieri. Una presenza non casuale. Infatti il “Bonanni” ha una sezione riservata al concorso di poesia per gli alunni delle scuole superiori. Quest’anno il vincitore è stato Carlo Carosi del Cotugno.
La presenza della Haddad era molto attesa e la poetessa (ma anche narratrice, giornalista, traduttrice, poliglotta) una volta sul palco ha dato un assaggio del suo modo di vivere, di esprimersi e di essere cittadina del mondo.
Chi ha in mente il cliché della donna araba dimessa, con il velo, a cui sono negate le libertà più elementari, lo cancelli subito dalla mente. Joumana Haddad ha una personalità forte, è una donna bella di cui però colpisce soprattutto la vivacità intellettuale, la sua capacità di dire ciò che pensa senza porsi il problema di cosa diranno gli altri, mai conformista per convenienza.
Parlando del femminismo ha detto senza giri di parole: «Vorrei chiedere a tante donne femministe di guardarsi dentro e avere il coraggio di riflettere almeno su una cosa: molte di loro si sono concentrate sulla “grande” lotta pubblica, ma poi cosa hanno fatto quando tornavano a casa? Spesso hanno dimenticato che la lotta più importante si fa nel contesto in cui educhiamo le future generazioni».
Alla domanda se il suo paese, il Libano, fosse o meno la nazione più vicina alla cultura occidentale, la poetessa ha risposto con un secco no. «Ancora oggi» ha sottolineato «i giovani libanesi si rappresentano non in base alla loro nazione di nascita ma attraverso categorie religiose: sono cristiano, sono druso, sono sciita , sono sunnita. Fin quando ci rappresenteremo così non potremo mai creare un paese moderno e dar vita alla vera cittadinanza. Per questo io pur essendo nata a Beirut non mi sento una cittadina libanese».
Haddad è andata avanti come un fiume in piena: «Nella vita dobbiamo essere sempre autentici anche quando mostriamo i nostri lati negativi. non dobbiamo mai nascondere quella che consideriamo la verità, non dobbiamo fermarci solo perché c’è il timore del giudizio degli altri , non dobbiamo mai metterci nella condizione di essere ricattati da parte di chi vuole impedirci di esprimere il nostro pensiero».
Rivolta ai ragazzi li ha spronati: «Voi siete il futuro, e io credo fortemente nel fatto che voi sarete capaci di andare oltre le sfide personali – pur importanti – per amare l’altro , il diverso. Oggi invece si ha paura dell’altro, lo si odia. Questa è la responsabilità più grande delle nuove generazioni. Con l’amore potrete cambiare questo mondo così stanco in un mondo migliore».
Venerdì sera a Onna, Joumana Haddad (che parla benissimo l’italiano che ha voluto imparare dopo aver letto anni fa Cesare Pavese) aveva anche rivelato la sua intenzione di scendere al più presto in politica perché, ha detto «le idee vanno trasformate anche in azioni concrete».
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