La prima reazione: «Non lo voglio rovinare»

Il capo della Mobile: ma la sopraffazione non va mai tollerata. Nè fisica, nè psicologica o verbale
PESCARA. Anche di fronte a lui che gli piomba in casa sfondando la finestra, che la prende a morsi e a pugni e che già due settimane prima aveva fatto una scenata di gelosia, anche di fronte a tutto questo, lei ha detto «no, non lo denuncio». Salvo poi, al secondo round, due ore dopo, decidersi a farlo.
La vicenda di ieri notte, finita con il doppio intervento della polizia e l’arresto finale del fidanzato violento, racconta una dinamica frequentissima, come spiega il dirigente della squadra Mobile Pierfrancesco Muriana che oltre a far parte della rete antiviolenza, con le altre Mobili d’Italia coordina l’iniziativa del camper per sensibilizzare sulla violenza di genere.
«Questo rifiuto a denunciare è una dinamica frequentissima nelle donne», spiega l’investigatore, «e per ragioni diverse. Perdono, paura, vergogna, giustificazioni del tipo “non lo voglio rovinare, speriamo che non lo faccia più”: scattano meccanismi strani. Vuoi perché ci si colpevolizza per quello che succede, vuoi per la dipendenza economica nei confronti del marito, ma anche per la paura di ulteriori violenze, o per la vergogna di ammettere il fallimento della relazione sentimentale che si spera di salvare fino all’ultimo».
Ma quand’è che una donna si deve allarmare davvero?
«Statisticamente», risponde il dirigente, «il punto di rottura è un atto di violenza forte che fa sentire la donna veramente in pericolo. Più spesso è la violenza o la minaccia nei confronti dei propri figli a far cadere ogni reticenza. Ma il limite si deve ritenere superato quando da un pugno alla spalla si passa a ricevere un pugno al capo, quando al partner violento si aggiungono parametri come la ludopatia, la tossicodipendenza, l’alcolismo. Tenendo presente, poi, che spesso l’uomo che maltratta è recidivo: ci sono capitati casi di persone denunciate per maltrattamenti alla moglie e poi, per lo stesso motivo, dalle nuove compagne. Al di là dei litigi normali», spiega Muriana, «non vanno mai tollerate forme di sopraffazione, nè verbali o psicologiche nè fisiche. Ma è difficile cavarsela da sole: il primo passo da fare è quello di aprirsi con una figura esterna. Associazioni, pronto soccorso, forze dell’ordine, Asl. Le strutture della rete antiviolenza sono tantissime, ma è fondamentale la collaborazione della vittima». E infine: «La denuncia è il primo passo di un percorso lungo e difficile. Alle donne che si rivolgono a noi non promettiamo mai la risoluzione immediata del problema. Però diciamo a tutte una cosa: non può succedere niente di peggio di quello che già vivono». (s.d.l.)
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