La protesta dei presidi In piazza contro il taglio degli stipendi

29 Aprile 2017

Anche i dirigenti degli istituti pescaresi parteciperanno   al sit-in a Roma a maggio: «Pochi soldi e tante responsabilità»

PESCARA. Meno compensi e più responsabilità: anche i presidi pescaresi insorgono contro il Miur. Dagli stipendi più bassi e non equiparati a quelli di altri dirigenti, di pari livello, delle amministrazioni pubbliche ai poteri gestionali ridimensionati con nuove e più pesanti responsabilità. Con questo carico di lavoro sulle spalle i dirigenti scolastici regionali e nazionali, prevalentemente aderenti all'Anp (Associazione nazionale presidi), proclamano uno stato di agitazione collettivo «mai attuato finora».
Avviata da qualche giorno anche una petizione, con centinaia di firme, da consegnare al ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli. L'Anp chiama a raccolta l’intera categoria dei presidi che dal 22 al 26 maggio attueranno una settimana di protesta davanti ai cancelli del Miur (Ministero istruzione e ricerca) a Roma per dire no alla valutazione dei dirigenti scolastici senza le giuste e adeguate prerogative dirigenziali; no ai doppi ruoli di reggenze delle scuole per il prossimo anno; no agli incarichi non obbligatori e no alla rappresentazione delle cause contro le amministrazioni scolastiche, di solito di competenza dell'Avvocatura dello Stato. A sottolineare la sfilza dei no, il 25 maggio si riverseranno nella capitale anche 185 presidi abruzzesi, di cui 25 pescaresi, aderenti sia all'Anp sia ad altre sigle sindacali del settore scuola, Cgil, Cisl, Uil, Snals e Dirigenti Scuola.
Giuliano Bocchia, preside del liceo scientifico Da Vinci, 1560 studenti e 110 unità tra docenti, personale amministrativo e bidelli, in qualità di presidente provinciale dell'Anp, spiega le ragioni della mobilitazione nazionale: «Siamo dirigenti o passacarte?», innesca la miccia il preside, «questo dovranno spiegarci i ministeriali ai quali chiederemo un tavolo di contrattazione per capire le ragioni di alcuni stravolgimenti avvenuti dopo l'incontro, il 30 novembre, tra ministero e sindacati scuola. Con la legge 107 avevamo fatto passi avanti su alcuni passaggi come la chiamata diretta degli insegnanti dopo l'assegnazione d'ambito da parte del ministero per tre anni, che ora farà il collegio docente e non il dirigente, stravolgendo di fatto le direttive positive della Buona Scuola».
Sempre meno strumenti gestionali e sempre più oneri, ma salari non adeguati. «I nostri stipendi, che variano dai 1700 ai 2400 euro», precisa Bocchia, «sono più bassi rispetto a quelli di un dirigente amministrativo dello stesso livello. Oltre a parte dei salari che in alcuni casi, a causa della diminuzione dei fondi nazionali, dobbiamo talvolta restituire al mittente. Quindi non solo restiamo con compensi più bassi, ma abbiamo un carico di responsabilità più elevato nella gestione di un istituto, dal controllo della popolazione scolastica agli impegni burocratici e amministrativi, calcolando pure gli orari di lavoro senza limiti». Dunque, i presidi chiedono «di essere valutati con gli strumenti giusti, di essere messi in condizioni di lavorare bene».
Altrimenti? «Non vogliamo bloccare le scuole, ma far capire che ci siamo». Il dirigente provinciale Anp chiarisce le modalità della protesta: «Non collaboreremo al piano di valutazione dei dirigenti che sta per partire; ci dimetteremo dagli incarichi non obbligatori, quali ad esempio la presenza in commissione per la digitalizzazione della scuola o il progetto per le olimpiadi delle materie; rifiuteremo di svolgere doppi ruoli di reggenza delle scuole; non andremo a rappresentare le cause contro l'amministrazione scolastica e non risponderemo alle domande degli ispettori ministeriali».