La psicologa: ascoltiamo il dolore di questi piccoli

Iezzi, docente all’Ateneo D’Annunzio, spiega come alleviare sofferenza e lutti «Un'atmosfera calorosa, non festaiola, può aiutarli a elaborare la tragedia»
Hanno la guerra negli occhi e il dolore nel cuore. Molti di loro sono orfani, strappati alla loro terra, senza più riferimenti affettivi. Sono i bambini delle bombe, i piccoli ucraini che da ieri l’Abruzzo accoglie a braccia aperte. Ed è un'emergenza anche psicologica che viaggia su un doppio binario perché riguarda loro, i piccoli salvati dall’orrore, e i bambini abruzzesi che, dopo due anni di pandemia, si ritrovano a subìre le ansie e le paure di una guerra che non è lontana da noi. «Dobbiamo ascoltare il loro grido silenzioso, con empatia, senza troppe feste», è il consiglia che dà Margherita Iezzi, psicoterapeuta e docente all'Università “D'Annunzio” Chieti-Pescara.
Come comportarsi con i bambini che arrivano dall'Ucraina per dare loro un po' di sicurezza?
«I bambini fuggiti dalla guerra hanno avuto traumi enormi, violenti a tal punto che la mente umana non può contenerli. Parliamo di uno sradicamento dalla loro terra, di lutti e perdita di congiunti. Vengono accolti con grande affetto e attenzioni, ma bisogna vivere accanto a loro silenziosamente, in un'atmosfera calorosa, non festaiola, per assorbire anche l'enorme tragedia che li accompagna».
Occorre avvalersi di un supporto psicologico?
«È indispensabile, con operatori formati perché questi bambini trasmettono il loro dolore, che si percepisce dallo sguardo, e portano i segni di ferite esteriori e interiori.
L'adulto che si occupa di loro deve saper gestire il dramma, metabolizzarlo. Per questo servono gruppi di "contenuti del dolore" anche per gli operatori e le famiglie che accoglieranno, con tanta generosità, i bimbi ucraini. Devono essere supportati».
Il problema della lingua può rappresentare un ulteriore ostacolo psicologico?
«In Abruzzo esistono diverse comunità ucraine che offriranno aiuto se ci sarà bisogno di interpreti. Sarà necessario strutturare anche dei percorsi per superare l'ostacolo di una lingua differente rispetto alla nostra: i bambini andranno incanalati in un percorso scolastico e qualcuno dovrà occuparsi di insegnare i primi rudimenti di italiano. Non sentirsi capiti nel linguaggio può diventare un altro passaggio traumatico».
Che cosa consiglia alle famiglie che accoglieranno in casa i bimbi ucraini?
«Intanto, devono avere qualche elemento di conoscenza della storia del bimbo che, quando entrerà a far parte del nucleo familiare, inizierà a chiedere spiegazioni. Vanno rassicurati sul fatto che possono restare per tutto il tempo necessario fino a quando le cose, nella loro famiglia o nella loro terra, non andranno meglio. Quindi, dare anche una speranza temporale e far maturare, nel loro animo, la certezza che sono al sicuro, che avranno tutto il necessario e che comprendiamo quanto sia difficile trovarsi in un posto nuovo, estraneo alla loro vita e alle loro abitudini».
Anche i bambini abruzzesi, di riflesso, stanno subendo un trauma. Con loro quale atteggiamento è meglio assumere?
«Non dimentichiamo che sono bambini che escono da un periodo difficile: due anni di restrizioni e paure legate alla pandemia e che spesso, hanno vissuto in prima persona o in famiglia il problema del Covid. La sensazione di angoscia l'hanno già conosciuta. È molto importante, in questo caso, evitare di mostrare immagini cruente, di bombe, morti, conflitti a fuoco e uccisioni, soprattutto ai più piccoli. Si tratta di concetti difficili da elaborare. Non possiamo evitare il tema della morte, ma non dobbiamo neppure anticiparlo. Meglio restare in una posizione di ascolto, rispondendo alle loro ansie e interpretando i silenzi».
Come vanno interpretati i cambiamenti repentini nel comportamento?
«Possono essere una spia di allarme. Dipende molto dall'età del bambino: dai 7-8 anni in su riescono a comprendere di più il significato della guerra, e le conseguenze che porta, rispetto alla prima infanzia, quando è molto più difficile capire cosa sta accadendo.
Il primo passo è sondare che idea si sono fatti del conflitto in atto, poi spiegare che la guerra è un modo negativo di rapportarsi quando le persone non riescono a risolvere le divergenze parlando. Aprire anche un po' alla speranza del dialogo come strumento di pacificazione, lanciando dei messaggi positivi».
Con una funzione educativa?
«Esattamente. Facendo comprendere ai nostri ragazzi che la pace si fonda soprattutto sulla condivisione, sul rispetto dei valori dell'altro e delle differenze che ci contraddistinguono. Il dialogo aperto come forma preventiva del conflitto o anche risolutiva: bisogna spiegare che ci sono persone che stanno parlando, si stanno confrontando per risolvere la crisi. E fare esempi pratici. Partendo da un semplice bisticcio tra bimbi per arrivare ai conflitti tra adulti e popolazioni differenti, che possono sfociare nella tanto temuta guerra».

