La psicologa: il lutto va elaborato

19 Aprile 2020

Il dramma dei parenti con funerali vietati in chiesa e case funerarie chiuse

PESCARA. Una delle cose peggiori della situazione causata dal coronavirus è non poter dire addio alle persone che muoiono. Deve essere orribile per familiari e amici non poter celebrare un funerale e non potersi riunire per soffrire insieme, per soffrire meno.
Persone di famiglie che stavano bene, in pochi giorni, dopo averle lasciate in ospedale per un virus, senza poterle più vedere, vengono portate via senza un funerale, senza un addio. Questo compito così doloroso viene svolto da medici ed infermieri che fanno di tutto oltre che curare i pazienti con le medicine, negli ultimi istanti della loro vita, curano anche il loro spirito con fede e umanità e poi, purtroppo, a volte, anche loro si trovano ad essere pazienti e a perdere la loro vita. L’elaborazione del lutto è sempre difficile, specialmente in questi giorni. «Forse, mai, come in questo momento, medicina, scienza e amore sono state così fuse, indivisibili, come in questo periodo, medici e infermieri curatori anche dell’anima dei nostri cari», spiega la dottoressa Vilma Claudio, di Roccamontepiano, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. «Le persone possono solo supplire con un coinvolgimento maggiore all’interno con ciò che manca all’esterno come le celebrazioni religiose o altri tipi di riti a seconda della propria cultura, manca la tangibilità materiale, ci si affida solo alla connessione profonda invisibile di amore per l’altra persona».
A livello cognitivo è difficile accettare, inquadrare e adattarsi a questo scenario così sconvolgente. Ci si sente sopraffatti, esposte ad un “nemico invisibile” difficile da combattere, ci sente isolati e questo ci rende più vulnerabili, è un dolore difficile da risolvere e molto complesso.
«Questa situazione presuppone un doppio trauma o un trauma sul trauma cioè», continua la psicologa, «sia il trauma della perdita del proprio caro ma anche il dolore di non averlo potuto accompagnare nel momento del trapasso in maniera serena e aiutarli ad elaborare il processo di morte perché il saluto non è stato permesso. Il legame tra i vivi, tra le persone care è l’amore ma, quando una persona cara muore, questo legame diventa dolore». La reazione e la complessità di questo tipo di eventi luttuosi «è il senso di colpa, la rabbia, l’intorpidimento, la negazione, che difendono la persona dal provare la dolorosa tristezza profonda che si basa su un implicito senso di disconnessione dal defunto».
In questi casi le risposte delle persone tirate in causa sono ben precise: paura, vulnerabilità o orrore. «La persona rivive l’evento traumatico attraverso ricordi intrusivi negativi, incubi e flashback; evita continuamente gli elementi che fanno ricordare l’evento traumatico; vive con la sensazione persistente dell’aumento dell’attivazione di stimoli quali ansia e depressione», continua la dottoressa Vilma Claudio. «La tecnica d’elezione», dice, parlando della “Desensibilizzazione e rielaborazione mediante movimenti Oculari”, «si focalizza sul ricordo delle esperienze disturbanti traumatiche, particolarmente stressanti dal punto di vista emotivo, che possono aver contribuito al disturbo. Questo è un approccio terapeutico integrativo, distinto in otto fasi», spiega la psicoterapeuta. «Al termine del trattamento il ricordo non è più isolato perché adeguatamente integrato in una rete mnemonica più ampia».
Metaforicamente l’elaborazione, «è come la corsa di un treno: ad ogni fermata scende il materiale negativo e salgono nuove associazioni positive, in una corsa che porta ad un adattamento sempre maggiore. In altre parole si sollecita un percorso che porta dal disfunzionale al funzionale». Per quanto riguarda il lutto complicato invece il consiglio della psicologa è «La “comunicazione post-mortem indotta”, che può essere eseguita solo da uno psicoterapeuta abilitato e che abbia questo tipo di formazione. Il compito del terapeuta è quello di aiutare il paziente non a sganciarsi dal defunto, ma chi è in lutto dovrebbe mantenere un rapporto dinamico con la persona cara».
Si tratta di una procedura volta ad accelerare l’elaborazione dei vissuti emotivi. «Consiste in un processo ritmico con cui la coscienza si correla ora da un lato del cervello ora dall’altro mentre al tempo stesso si volge verso una particolare emozione/immagine. L’esperienza della “comunicazione post-mortem Indotta”»,conclude Vilma Claudio, «permette ai pazienti che soffrono per il dolore e la perdita traumatica di risolvere le questioni rapidamente, mediante una riconnessione pratica con coloro che non ci sono più. Invece di incoraggiare l’accettazione della disconnessione e dell’allontanamento dal legame con il defunto e fornisce ai pazienti una risoluzione attraverso l’esperienza profonda di riconnessione con il defunto». (l.d.m.)