La rabbia dei lavoratori: paghiamo solo noi

2 Marzo 2016

In tribuna insieme alle maestranze, e c’è chi scrive al manager Flore: «I costi vanno ridotti diversamente»

PENNE. Oltre mille persone, volti scuri, rabbia, frustrazione. Ma anche orgoglio e voglia di non mollare. Questo il mix di sentimenti che i lavoratori della Brioni hanno esternato ieri pomeriggio sugli spalti dello stadio di contrada Campetto durante la maxi assemblea convocata dai sindacati per discutere dei 400 esuberi previsti dalla holding francese Kering, proprietaria della maison d’alta moda vestina. Un numero spaventoso, quello dei 400 esuberi, che ha allarmato non solo i dipendenti Brioni ma l’intera città di Penne. Se dovessero perdere il posto così tante persone, crollerebbe il lavoro dell’intera zona.

Sugli spalti alcuni piangevano, altri avevano lo sguardo assente, perso nei pensieri di chi ha vissuto una vita in fabbrica e rischia improvvisamente di rimanere senza lavoro. «Lavoro in Brioni da 16 anni e ultimamente mi sono addirittura permesso di scrivere una lettera all’amministratore delegato Gianluca Flore», spiega Luca Chiarella. «Essendo anche uno studente di management ho voluto chiedere come mai per far quadrare i conti aziendali venisse penalizzata esclusivamente la categoria dei lavoratori e non venisse fatta una politica di riduzione dei costi superflui. All’epoca di Marcotullio», ricorda ancora Chiarella, «il lavoro c’era, i dirigenti erano meno e con loro c’era un feedback diverso». Negli ultimi tempi le cose sembrano decisamente cambiate in peggio. «Eravamo la Ferrari della moda, adesso sembriamo una Fiat», racconta Alessio di Zio, da vent'anni al servizio del reparto taglio e allo stiro della Brioni. «Abbiamo preso una rotta sbagliata dopo l’uscita di Marcotullio. Si è puntato sulla quantità anziché sulla qualità. I capi reparti una volta facevano un lungo percorso prima di arrivare a un certo livello di lavorazione, mentre adesso alcuni vengono catapultati senza fare la giusta esperienza. Prima le stoffe Brioni erano invidiate in tutto il mondo, mentre adesso si preferisce lavorare con le macchine piuttosto che a livello sartoriale», commenta Di Zio.

Per tutti i lavoratori, però, c’è l’esigenza di riportare a casa lo stipendio e la situazione attuale preoccupa. «Lavoro in sala taglio dal 1995 come disegnatore. Ho una moglie e due figli e perdere il lavoro sarebbe una cosa gravissima. La soluzione per uscire dal baratro e ridare dignità ai lavoratori sarebbe quella di riprendere i lavori dati alle façon e riportare il prodotto Brioni all’arte e alla maestria dei sarti pennesi. Le macchine non arrivano dove arrivano le nostre mani», dice un altro lavoratore.

«Ora, c’è ben poco da dire e tanto da stare vicino alle famiglie e ai dipendenti a rischio. Come amministratore mi sento in dovere di fare quanto possibile per porre rimedio a questa difficile situazione che penalizzerebbe l'intera Penne», dice il consigliere Pd delegato al commercio Giancarlo Malachi.

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