La rabbia dei parenti: «Ci hanno lasciati soli»

Scatta la protesta davanti alla sede della procura di Pescara
PESCARA. Vogliono sapere. Dopo nove mesi di lacrime e rabbia, i familiari del Comitato vittime di Rigopiano spingono sui tempi della giustizia e chiedono certezze. Pretendono, anche, di essere messi al corrente in maniera precisa e fedele sull’avvio della bonifica e sui documenti relativi all’affidamento della ditta incaricata di ripulire l’area dove sono state inghiottite 29 persone e dove, ancora, sono da recuperare molti degli oggetti che gli erano appartenuti. Per questo, oggi alle 14, i rappresentanti del Comitato Vittime di Rigopiano arriveranno a Pescara dal Lazio, dalle Marche, dall’Umbria e da ogni parte d’Abruzzo per ritrovarsi alle 14 a Palazzo di giustizia.
«Per manifestare», come spiega il portavoce Gianluca Tanda, «contro il silenzio assordante nei nostri confronti della macchina della giustizia, e contro le risposte che da tanto aspettiamo e che non abbiamo ancora avuto». Una manifestazione pacifica, ma alimentata da una necessità di verità che i rispettivi avvocati del Comitato andranno a ribadire nell’incontro fissato alle 14 dal procuratore capo Massimiliano Serpi e dal sostituto Andrea Papalia, titolari dell’inchiesta che finora ha portato all’iscrizione di 6 nomi sul registro degli indagati.
L’obiettivo, dei legali e dei familiari, è di capire a che punto sono le indagini. «L’ultimo contatto che abbiamo avuto con le istituzioni», rimarca Tanda, «risale a gennaio, quando ci è stata comunicata la morte dei nostri cari. Adesso basta, è ora che tengano in considerazione il Comitato e che diano delle risposte ».
Ma è un lavoro delicato e certosino quello che i carabinieri forestali guidati dal sostituto Papalia e coordinati dal procuratore Serpi (da luglio al posto di Cristina Tedeschini) stanno portando avanti per sviscerare i complessi filoni d’indagine emersi finora. Si tratta di ricostruire, prima ancora della valanga che il 18 gennaio ha raso al suolo il resort Gran Sasso, la valanga di negligenze e sciatterie che ha finito per intrappolare nell’albergo isolato dalla neve 40 persone. Quaranta persone tra ospiti e dipendenti che dalla mattina del 18 gennaio, quando ci fu la prima scossa, chiedevano di tornare a casa. E che alle 16,49 di quello stesso mercoledì sono state inghiottite - 11 sono miracolosamente sopravvissute - da quella maledetta valanga.
E proprio la prevedibilità della valanga rappresenta uno dei filoni su cui stanno lavorando gli investigatori. Come rilevato nei mesi scorsi dalla dettagliata memoria difensiva presentata dagli avvocati del Comune e del sindaco di Farindola (Valentini, Tatozzi e Manieri), la Regione non si è mai dotata della Carta di localizzazione dei pericoli da valanga che non solo imponeva una legge regionale del 1992, ma anche una delibera di giunta del 2014. Prevedendo, anche, l’approvvigionamento dei fondi sui capitoli di bilancio. Ma i fondi non si trovarono, né nel 2014 e neanche dopo, quando il rischio sul territorio abruzzese si fa più evidente con un episodio valanghivo che colpisce a marzo del 2015 il comune di Villa Santa Lucia. Perché e dove, in quale ufficio si arena l’iter per la realizzazione della Carta Clpv? Lo strumento che non solo avrebbe evitato i 29 morti di Rigopiano ma anche la 30sima vittima di quel giorno?
E’ Enrico De Dominicis, un 72enne scappato di casa per paura del terremoto e travolto dalla valanga che si abbatte a Ortolano, come quella che a Villa Santa Lucia quel 18 gennaio impone al sindaco di evacuare il paese e di spostare la sede del Comune a Ofena. La domanda è sempre la stessa. Si poteva evitare? E se sì, di chi è stata la condotta omissiva rispetto alla consapevolezza del rischio? E non c’è solo la Regione sotto la lente di ingrandimento della Procura. C’è la Prefettura, che da domenica 15 gennaio riceve la prima allerta meteo in base alla quale avviare la gestione dell’emergenza: l’ha fatto? C’è la Provincia, che doveva pulire quella strada, l’unica via di fuga per i 29 prigionieri di Rigopiano e fino alla fine non riesce a reperire in tempo la turbina che doveva andare a liberare la strada: perché la turbina non si trova? E c’è il Comune di Farindola che ha rilasciato i permessi di ristrutturazione e ampliamento all’hotel pur essendo in possesso dal 2001 di uno studio, commissionato per la realizzazione del nuovo Prg, che lo inseriva in una zona di rischio: ne ha tenuto conto? E infine c’è il sindaco di Farindola: perché, come ha fatto il sindaco di Villa Santa Lucia quello stesso giorno, sgomberando l’intero paese, non ha evacuato l’hotel?

