La rabbia della mamma di Ale: poche risorse per trovare la verità

2 Giugno 2019

Lo sfogo di Laura Lamaletto: troppo silenzio, quello che è successo non può passare in sordina «Forse lo Stato ha un budget anche per la morte, ma io non smetterò di far sentire la mia voce»  

PESCARA. «Dopo quindici mesi ho la sensazione che anche la verità sull’omicidio di mio figlio Alessandro dipenda dai budget. Dalle risorse che lo Stato mette a disposizione di chi deve lavorare per la verità: non si spiega altrimenti il silenzio caduto sulle indagini guidate con tanta solerzia dal colonnello Di Pietro».
Laura Lamaletto, la madre di Alessandro Neri, ucciso il 5 marzo dell’anno scorso con due colpi di pistola, torna a farsi sentire con la morte nel cuore e la forza di una leonessa. «Finché sarò viva darò voce a mio figlio, anche per difenderlo da tutto quello che si è detto su di lui senza che fosse dimostrato. Come il fatto della pistola: dalle intercettazioni c’è chi dice di aver comprato una pistola in società con lui. E chi mi dice che la persona intercettata non sapesse, perché è probabile che lo sapesse, di avere il telefono sotto controllo dopo l’omicidio di Ale?».
È un fiume in piena mamma Laura che martedì sarà ospite della “Vita in diretta” su Rai 1 proprio per cercare di riaccendere i riflettori su una vicenda che ha sconvolto mezza Italia. Ma di cui, adesso, nessuno sembra parlare più. «Non si parla più di Alessandro», sottolinea Laura, «da gennaio, da quando c’è stata la retata dei personaggi che dovevano in qualche modo essere legati all’omicidio di mio figlio. Ma da allora non se n’è saputo più nulla. Io lo ribadisco, continuo ad avere la piena e totale fiducia nei carabinieri e nella Procura che ho sempre rispettato rimanendo in silenzio come mi è stato richiesto. Ma adesso dico basta».
«Il mio timore», spiega la madre, «è che con il passare del tempo non ci siano più forze per continuare a indagare, a lavorare, per la verità. Parliamo di un omicidio che, fortunatamente per questa città, non è un reato che avviene spesso. E allora perché non concentrare tutte le forze e le energie per capire quello che è successo, per risalire ai responsabili, per trovare la verità? Pescara è fatta di gente perbene, ma non è possibile che questo silenzio passi così in sordina. Invece io voglio riparlare dell’omicidio di mio figlio perché ho la sensazione che non ci siano più le stesse forze di prima in campo. Sono mie conclusioni», sottolinea mamma Laura, «ma è l’unica spiegazione che mi posso dare in questo momento. La sensazione è che i bravissimi carabinieri che vi hanno lavorato finora abbiano bisogno di nuove forze, di nuova linfa per portare avanti questa indagine. Ed è proprio questo che mi fa rabbia, l’idea che per lo Stato ci possa essere un budget anche per la morte di chi è stato ucciso. Finito il budget, finite le risorse, alla fine si chiude pure il caso. È una cosa inaccettabile».
E va avanti: «Il lavoro fatto finora dagli uomini del colonnello Di Pietro è stato straordinario. A ottobre del 2018 ho avuto modo di stringere la mano al sostituto procuratore Sciarretta che coordina le indagini e che considero una persona estremamente capace e caparbia. Sono sicura che loro stanno continuando a lavorare», rimarca Lamaletto, «ma bastano? A me sembra che anche la verità abbia un costo». Quindi aggiunge e promette: «Chi ha visto il film di animazione “Coco” può ricordare la morale di quel film, che i morti non vanno dimenticati, sennò li uccidiamo noi una seconda volta. E io non voglio uccidere mio figlio, io continuerò a chiedere la verità e a far sentire il suo nome fino alla fine. Non può succedere, in una città di gente perbene, ma comunque tra le 15 più pericolose d’Italia secondo le ultime classifiche nazionali, che siano ancora in giro gli assassini di mio figlio».
Parla al plurale Laura Lamaletto, a proposito di chi ha ucciso il suo Alessandro, perché, spiega «uno solo non ce l’avrebbe fatta a tenere fermo Alessandro. Erano sicuramente in tre, ne sono certa», rimarca, «perché gli hanno sparato il primo colpo a breve distanza senza neanche un tentativo di fuga da parte di mio figlio. E questo perché Ale non ha potuto scappare, perché lì con lui a tenerlo bloccato c’erano troppe persone, compresa una ragazza. E anche le pistole: non ce n’era una sola».
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