«La rapina in banca pianificata in una serata a base di cocaina»

14 Gennaio 2016

I tre arrestati per il colpo alla Caripe di Sambuceto ammettono le loro responsabilità davanti al gip Resteranno in carcere. E dagli atti emerge che uno dei dipendenti è stato legato e lasciato a terra

PESCARA. Hanno raccontato di aver programmato la rapina nel corso di una serata a base di cocaina che si sarebbe svolta a casa di Marcello Mastroianni, peraltro sottoposto alla detenzione ai domiciliari. Poi, quanto alla macchina rubata e alla pistola con il colpo in canna e il cane alzato al momento della rapina, Luca Cataldo si è assunto la responsabilità di aver alterato la scacciacani e, anche, del furto della Y10 con cui lunedì il terzetto ha raggiunto la Caripe di via Po di Sambuceto. Nell’udienza di convalida di ieri mattina Cataldo (26 anni residente a Pescara) ha indicato anche il luogo e la data in cui sarebbe avvenuto il furto, che coincide con quanto riferito dal proprietario della vettura: la notte tra il 6 e il 7 gennaio, subito dopo la serata dell’Epifania trascorsa a casa di Mastroianni.

Quest’ultimo (26 anni residente a Collecorvino), invece, ha riferito di aver deciso di rapinare la banca dopo essere rimasti tutti e tre sotto l’effetto della cocaina dalla sera di sabato 9 fino al pomeriggio di lunedì 11 quando è avvenuto il colpo mentre Marco Tuci, il terzo arrestato (27 anni di Montesilvano), si è avvalso della facoltà di non rispondere rilasciando però dichiarazioni spontanee secondo cui sarebbe stato lui l’autore del furto della vettura. Insomma quanto basta per convincere il gip Luca De Ninis a disporre per tutti e tre la misura cautelare in carcere con l’accusa di rapina pluriaggravata. Una decisione motivata anche dalla ricostruzione che emerge dagli atti e che svela particolari finora mai emersi. Ed è questa che segue.

L’11 gennaio mentre i due impiegati in servizio all’agenzia Caripe di Sambuceto stavano andando a pranzo e un terzo stava chiudendo la bussola esterna dei locali della banca, i tre arrivano di corsa con i volti coperti e la pistola, e costringono i due impiegati a rientrare e ad aprire la cassaforte. Raggiunta la cassaforte temporizzata i tre bloccano i polsi e le caviglie di uno dei due impiegati con del nastro adesivo ad alta resistenza (di qui la contestazione di sequestro di persona da parte del gip), lasciandolo sdraiato con il viso rivolto a terra. Sotto la minaccia dell’arma si fanno consegnare i telefonini dagli impiegati e da uno di loro si fanno aprire il tesoretto della cassaforte, il bancomat e il dispositivo “Cash in Cash out”, tutti e tre con aperture ritardate tra i 25 e i 32 minuti. Nell’attesa dell’apertura del tesoretto, i tre prelevano i blister di monete nel primo vano della cassaforte, ne riempiono la borsa e commettono l’errore di lasciarla cadere a terra: il peso della borsa fa scattare i sensori dell’allarme. Segue la chiamata dell’addetto all’allarme a cui uno degli impiegati risponde che si è attivato per sbaglio. Ma evidentemente il tono della voce è poco convincente e di lì a poco i carabinieri sono davanti alla filiale. A quel punto, dopo un breve conciliabolo, con il borsone delle banconote che si rovescia a terra, i rapinatori mandano uno dei tre impiegati fuori per comunicare la loro volontà di arrendersi. E con cappelli, scaldacollo, guanti e abiti scuri, e con i cuscini nascosti sotto i vestiti per sembrare di corporatura più grossa, i tre escono uno alla volta. Addosso, oltre a due telefonini degli impiegati, Mastroianni ha anche 1.120 euro.

La difesa dei tre (l’avvocato Carlo Di Mascio per Tuci e Mastroianni, e l’avvocato Gabriele Colicchia per Cataldo) punterà alla derubricazione del capo di imputazione da rapina a tentata rapina considerando che i soldi non sono usciti dalla banca e che l’immediato arrivo delle forze di polizia non ha reso possibile l’attuazione del reato.