La resa dei negozi storici «Pochi clienti in centro»

22 Ottobre 2018

Tante attività hanno chiuso. Colpa della crisi, dei centri commerciali e del web

PESCARA. Non è più il corso di una volta. Con il passare degli anni ha cambiato volto, dal punto di vista commerciale. E tante insegne di un tempo non ci sono più, si sono spente per sempre. Altri negozi, invece, preferiscono lasciare corso Vittorio e spostarsi altrove. Altri ancora resistono solo pochi mesi prima di abbassare la saracinesca. Il risultato è che i locali vuoti sono sempre di più, ma non solo su questa strada.
Una delle attività storiche che ha alzato bandiera bianca è Gianni Guarini, il negozio di calzature tra il corso e via Ancona, che ha chiuso i battenti un anno dopo la morte del suo fondatore, Giambattista Guarini, detto Gianni. «L’anima era lui», dice il figlio Stefano, dal suo negozio di via Parini ricordando che il padre ha cominciato a lavorare in questo settore dagli anni Sessanta, per essere poi seguito dai figli, che anche loro commercianti di successo. «Quando se n’è andato mia sorella Maria Grazia ha cercato di portare avanti il negozio di calzature di corso Vittorio insieme al personale ma non c’erano più i presupposti». Quel segmento commerciale è ormai arrivato al capolinea per diverse ragioni, spiega Guarini. «Pescara sta vivendo un momento di declino e il corso è ‘calato’ molto. Forse mio padre avrebbe proseguito ugualmente ma è chiaro che per quel tipo di calzature ora ci si rivolge ai centri commerciali, dove si trovano scarpe di produzione cinese, da battaglia. E i negozi del centro che si attestano su quegli standard qualitativi ne risentono mentre è chiaro che la grande distribuzioni non danneggia i negozi che vendono merce di qualità più elevata». Ma il problema non è solo da concorrenza dei più grandi. C’è anche la crisi, «di cui risentono tutti», il cui peso sugli incassi in calo è notevole.
«La città si è impoverita», continua Guarini ricordando alcuni negozi che hanno fatto la storia del commercio di qualità di Pescara, da Santomo a Paride Albanese, chiusi da tempo. E poi, conclude, «assistiamo a un degrado diffuso», con tante persone che bivaccano e dormono in strada, anche in pieno centro. «Basti pensare che qualche sabato fa hanno acceso un barbecue tra via Parini e via Carducci, vicino ai cassonetti», aggiunge Guarini che spera in un’azione più incisiva del Comune.
«Corso Vittorio è stato lasciato un po’ all’abbandono: non è più considerato una strada del centro ma di periferia», commenta Zaira Zamparelli (Uza), portavoce del comitato «Commercianti del centro» che riunisce le attività di diverse strade. L’attenzione è stata «spostata sulla zona pedonale dove si concentrano le manifestazioni e le luci di Natale più belle». Ci sono anche altri fattori, dietro le chiusure, e cioè «la crisi che ha interessato tutto il paese e il commercio on line, che sta prendendo sempre più piede. Per cui non è solo il corso a soffrire». E poi va detto che «facciamo fatica a farci coinvolgere dal Comune anche se in occasione della festa anni 50 il Comune ci è stata accordata la chiusura della strada e le iniziative che abbiamo organizzato sono andate bene», conclude Zamparelli che confida nel coinvolgimento dell’assessore Giacomo Cuzzi per gli appuntamenti di Natale.
Nino Catani, che ha vissuto l’esperienza dei tempi d’oro di corso Vittorio, si è visto costretto a chiudere «Full box», in via Conte di Ruvo. «La nostra è la storia di Full, un negozio di calzature che per 37 anni è stato sul corso, più dieci in altre sedi. Il calo di vendite dovuto ai centri commerciali che vendono calzature a bassissimo prezzo ci ha costretto a rimodulare l’assortimento per abbassare i prezzi». Ma non è bastato perché «i clienti sono diminuiti sempre più. Anche riducendo i costi e il personale non era possibile farcela. Io avrei continuato, era un’attività storica, di famiglia, ma non era possibile. Non c’era modo di uscirne anche perché avere delle esclusive impone l’acquisto di certe quantità e il pagamento anticipato. Se si vuole puntare sulla tradizione della calzatura italiana i prezzi sono alti, ma la clientela sta sparendo perché preferisce prodotti di scarsa qualità. E poi manca un centro commerciale naturale degno di questo nome che esprima merce di pregio», prosegue Catani. «È chiaro che il Comune non riesce a gestire il commercio altrimenti non avremmo la situazione di via Battisti, dove ci sono locali incompatibili con una zona residenziale. E per la zona della stazione si dovrebbe fare come prima cosa un’analisi dell’esistente, ma il Comune non ha cultura per farlo».
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