La Sevel guida la ripartenza 6mila operai sfidano la paura

Riapre tra imponenti misure di sicurezza la fabbrica più grande d’Abruzzo
ATESSA. Alle 5.45, davanti alla Sevel, il cielo sta lentamente lasciando la notte alle spalle, ma nello stabilimento di contrada Saletti ad Atessa e sull’enorme piazzale auto le luci sono ancora tutte accese. Si ricomincia. Dopo quasi due mesi di lockdown dovuto al coronavirus, il più grande stabilimento d’Europa per la costruzione dei veicoli commerciali leggeri, i furgoni Ducato Fiat, Jumper Citroen e Boxer Peugeot, riaccende le macchine. Il primo turno è dei soli manutentori. Poi, alle 13.45 tocca al resto delle linee: montaggio, lastratura e verniciatura per una produzione che è stata volutamente rallentata e diminuita del 30%, 900 veicoli al giorno contro gli oltre 1.200. Marco, 34 anni, è arrivato in autobus. L’ultima volta che è andato in Sevel era il 17 marzo. Arriva dall’entroterra e non se la sente di viaggiare con ancora addosso il torpore della notte. Come lui ci sono tanti, tantissimi pendolari, molti dei quali però arrivano in auto, un po’ per paura, un po’ vedere come vanno i primi giorni. Il bus arriva puntuale. L’autista, guanti, mascherina e schermo protettivo, gli fa cenno di salire da dietro prima ancora che il bus si fermi. Dentro i posti sono alternati, Marco è uno dei primi a salire. I sedili sanno di disinfettante, si respira un’aria che sembra rarefatta. L’autista dice a tutti quelli che sono arrivati in tuta che al ritorno non sarà loro consentito rientrare con la divisa Sevel: potranno entrare solo con i loro abiti per evitare rischi. È il primo giorno e le prime 8 ore di lavoro sono tutte ancora da costruire.
LE MISURE DI SICUREZZA. Ad accogliere Marco, e gran parte degli oltre 6mila dipendenti impiegati in Sevel, c’è uno schieramento “da guerra”. Prima dell’ingresso sono dislocati banchetti suddivisi con i numeri delle Ute (Unità tecnologica elementare) per la consegna del kit contenente 4 mascherine, un paio di guanti in nitrile, un occhiale protettivo e una brochure informativa. A Marco viene spiegato di utilizzare i guanti in nitrile e l’occhiale protettivo solo per effettuare la pulizia disinfettante degli attrezzi della postazione. Per fare questo, ogni giorno, a ogni inizio turno, saranno riconosciuti 10 minuti di tempo. Le mascherine invece devono essere utilizzate sempre, sia all’interno dello stabilimento che nel tragitto casa-lavoro e viceversa. Si timbra solo all’ingresso. Non prima però di essere passati attraverso dei termoscanner per il rilevamento della temperatura corporea. Nel gabbiotto il personale della sicurezza vede passare le figure colorate di rosso come dentro un aeroporto. Marco ripassa mentalmente tutte le informazioni arrivate via whatsapp da adottare dentro la fabbrica, perfino come prendere un bicchiere dal distributore dell’acqua. È dentro: la paura fa spazio alla voglia di ricominciare.
I NUMERI. Le misure intraprese all’interno di Sevel sono imponenti. Lo stabilimento è capofila tra tutte le fabbrica Fca in Italia nell’adozione del protocollo anti-Covid. È il più produttivo delle fabbriche Fca e ha una capacità massima che sfiora quasi 300mila furgoni l’anno. Non può permettersi passi falsi. Lo ha ribadito anche il Coo (Chief operating officer) di Fca, Pietro Gorlier: «Ciò che abbiamo dimostrato alla Sevel di Atessa è l’esempio concreto del nostro impegno prioritario nella protezione dei nostri lavoratori. Lavoriamo quotidianamente con il governo e con tutte le autorità locali», aggiunge, «per rilanciare la produzione in Italia ma senza ammettere nessuna deroga alla sicurezza delle persone in ogni impianto produttivo o ufficio di Fca». Oltre alle precedenti sanificazioni sono stati fatti interventi in 18 aree relax, 52 servizi igienici, 29 spogliatoi con oltre 7.400 armadietti, 2 sale mediche e 4 mense che presentano una capienza ridotta e turnazioni ampliate per rispettare la norma della distanza di un metro tra le persone. Oltre 300mila metri quadrati di superficie sono stati sanificati nelle officine, circa 130 dispenser igienizzanti installati, 15 maxi tabelloni e 25 monitor video per le informazioni di prevenzione ai dipendenti.
PRIME CRITICITÀ. È al cambio turno che si rischia maggiormente l’assembramento. Ed è la prima cosa che si è notata in un meccanismo oliato quasi alla perfezione. Chi entra ed è in attesa di passare al termoscanner si mescola con chi esce, troppo da vicino. Buono il servizio per i pendolari, ma va risolta l’incognita tuta da lavoro. Cambiarsi in fabbrica viene caldeggiato dall’azienda, cosa che però i dipendenti temono per la vicinanza agli altri.
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