La sfida di Roberto, podista a New York

Centurame, 45 anni, uno dei pazienti emofilici in cura al centro di Pescara racconta la sua “maratona”
PESCARA. La prima sfida vinta è stata la preparazione alla maratona di New York. Poi c'è stata la maratona, vissuta fino in fondo, fino alla fine, e ora ci sono altri progetti, altre ambizioni, che a livello scaramantico è meglio non svelare. Roberto Centurame, 45 anni, di Atri, non è solo un istruttore di nuoto e un imprenditore agricolo, che produce olio di oliva. È anche uno dei cinque italiani emofilici che hanno corso alla maratona di New York, cogliendo la sfida lanciata da Luigi Solimeno, il medico di Milano che lo ha operato alle articolazioni, avendo avuto problemi di artropatia emofilica.
«Chi è emofilico», spiega Centurame, uno dei pazienti del Centro regionale di Pescara, «ha problemi di coagulo del sangue e deve stare attento ai tagli, agli urti, alle articolazioni. Ho dovuto fare degli interventi di artroprotesi, non essendoci una profilassi adeguata, per me», e dopo aver raccolto l'invito di Solimeno è cominciata la preparazione, andata avanti per un anno. «Sono stato praticamente un pazzo ad accettare questa sfida: nessuno avrebbe avuto l'ambizione di correre 42 chilometri. Io, poi, non avevo mai corso nella mia vita, avendo avuto problemi articolari, ma avevo sempre e solo nuotato. Ho cominciato con 2 o 3 chilometri di corsa, aggiustando il tiro sulla terapia, e sono andato avanti facendo anche trekking in montagna e ciaspolate, per il rafforzamento muscolare».
Guardando indietro Centurame riflette sul significato di questa gara e dice che New York e la sua maratona, da sempre un evento-simbolo per gli sportivi, sono state un «grande stimolo» e poi, una volta lì, è «andato tutto bene, non ci sono stati problemi, anche se pensavamo di tornare con le stampelle. In realtà», continua», «la maratona è stata la ciliegina sulla torta perché per me è stato importante innanzitutto arrivarci. Certo, l'ambizione più grande era il traguardo e abbiamo fatto anche questo, tutti, ed è stata una bella esperienza», seguita passo dopo passo da uno staff medico. «Ricordo il calore della gente, il folclore, la musica, le persone che si buttano per strada, chiamando per nome i partecipanti. Dopo la corsa abbiamo perfino continuato a camminare per le vie di New York, segno di una preparazione adeguata. E anche adesso nuoto e a faccio delle corsette per allenarmi».
A sentirlo parlare sembra quasi “normale”, la vita di un emofilico. «Noi siamo in proflassi, due o tre volte a settimane ci infondiamo di fattore ottavo, quello mancante. E così riusciamo a mantenere un livello che rientra nella normalità. Abbiamo delle terapie mirate per cui siamo un po’ fortunati nel senso che le nostre malattie, seppur rare, non sono talmente rare da non essere prese in considerazione, come avviene in altri casi». E adesso? «Ho in cantiere altre ambizioni», ma le tiene per sé. E se tornasse indietro? «Rifarei tutto e spero che la mia esperienza possa servire ad altri».
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