La sorella di Anna: l’hanno uccisa un’altra volta, vogliamo giustizia

Contestata l’omissione di soccorso ai due imputati per il caso della donna deceduta alla stazione Ma la famiglia si ribella: le hanno fatto bere dell’alcol, hanno abusato di lei e l’hanno lasciata morire
PESCARA. «Anna oggi è morta non una volta, ma due volte». E' il commento a caldo di Isabella Martello, la sorella di Anna Carlini, la giovane donna con problemi psichici ritrovata senza vita il mattino del 30 agosto del 2017 nel tunnel dei disperati della stazione ferroviaria di Pescara.
Con la voce rotta da una evidente commozione, Isabella incalza la magistratura che, come pubblicato ieri dal Centro, ha cancellato dai capi di imputazione nei confronti dei due romeni accusati di aver provocato la morte di Anna, il reato di omicidio volontario, togliendo dalle accuse l'articolo 575 che, a dire del legale della famiglia, l'avvocato Carlo Corradi, fino a qualche settimana fa, restava un punto fermo dell'inchiesta.
«Noi chiediamo giustizia», ha proseguito la donna, «Da quando Anna non c'è più la mia vita è cambiata, il mio dolore è sempre uguale. Nessuna giustizia attenuerà questo dolore».
La conferenza stampa che il legale della famiglia aveva indetto per ieri mattina per rendere note le attività della politica nazionale su questo delicato caso, si è trasformata in una sorta di pubblica lamentela nei confronti della procura per l'esclusione dell'omicidio volontario. «Solo questa mattina (ieri) abbiamo appreso dal Centro questa sconcertante notizia», afferma con indignazione Isabella, «che oggi stesso verificheremo in procura», cosa che è stata puntualmente fatta, confermando quanto era stato scritto dal nostro giornale in relazione alle accuse sui presunti responsabili.
«Anna si poteva salvare e quindi per noi questo resta un omicidio. Noi vogliamo vera giustizia», prosegue Isabella, «perché Anna è stata portata lì sotto e le hanno fatto bere dell'alcol che lei non ha mai assunto. Una ragazza incapace, con problemi psichici e loro l'hanno portata in quel posto, hanno abusato di lei e lasciata morire. Deve pagare anche chi ha visto, che è ugualmente colpevole perché non hanno fatto nulla per salvarla».
Nella richiesta di processo per Nelu Ciuraru e Lajos Robert Cioragariu, si riportano infatti soltanto due soli reati: la violenza sessuale a carico del solo Ciuraru, che gli è costata anche la misura cautelare e la latitanza, e il mancato soccorso contestato a tutti e due gli imputati (la violazione dell'art. 593), che poi ha portato Anna alla morte.
«Avendo trovato Anna Carlini in condizioni di incapacità a provvedere a se stessa», scrive il pm, «si intrattenevano con la stessa e omettevano intenzionalmente di prestarle il necessario soccorso, limitandosi ad accompagnarla e adagiarla su di una branda improvvisata sotto il tunnel, nonostante che questa versasse in evidente stato soporoso a causa dell'assunzione di sostanza alcoliche e farmaci antiepilettici e fosse in preda a grave malore che la rendeva incapace di provvedere a se stessa. Così ne cagionavano, non impedendolo, il decesso, omettendo di chiamare i soccorsi resisi evidenti per lo stato agonizzante in cui questa versava e che avrebbero, se tempestivamente allertati, evitato l'esito infausto».
E questa derubricazione del reato di omicidio volontario lo aveva spiegato anche il gip nella misura cautelare, affermando che il reato previsto dall'articolo 575 «non è compatibile con il reato di omissione di soccorso». Il reato contestato oggi dalla procura (il 593) «è una specifica ipotesi di reato», scrisse il gip Nicola Colantonio, «diretta a punire la condotta del soggetto che, incontrando una persona incapace di provvedere a se stessa, non presti assistenza od ometta di dare immediato avviso alle autorità: la condotta in esame è aggravata qualora, come nella vicenda che ci occupa, dalla condotta omissiva consegua la morte del soggetto incapace». E così è stato anche secondo quanto contesta oggi il pm Rosangela Di Stefano ai due romeni.
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