La sua fabbrica lo saluta come fece con Agnelli

Una pausa di un quarto d’ora per ogni turno in segno di lutto per Marchionne Gli operai: «A lui possiamo solo dire grazie». I sindacati: «Era un protagonista»
ATESSA . Una pausa di un quarto d’ora in ognuno dei tre turni, con gli operai in piedi, fermi davanti alla postazione in segno di rispetto, e le sirene che avvertono dell’inizio e della fine del fermo produttivo. La Sevel saluta così Sergio Marchionne, l’abruzzese, il manager, l’uomo che dialogava con il futuro. Nel 2003 per l’addio all’avvocato Gianni Agnelli, la Sevel si era fermata in segno di lutto solo un minuto. E forse, nella fabbrica dei record che traina l’export e l’automotive di tutto l’Abruzzo, la straordinarietà degli uomini si misura proprio col tempo. In uno stabilimento che non si ferma mai e che impegna da mesi quasi tutti i sabati e le domeniche del calendario, che scandisce i ritmi di lavoro con un sistema metrico programmato al secondo e che produce un furgone al minuto, il vuoto che lascia Marchionne è, dal punto di vista morale, più che produttivo, enorme.
LA FABBRICA. Alle 13,45, a pochi minuti dal cambio turno, la notizia della morte dell’amministratore delegato Fca è già arrivata dentro le officine. Sotto il sole di luglio, lungo il viale Gianni Agnelli c’è un silenzio irreale, si sente solo il rombare cupo delle macchine. Le bandiere sono a mezz’asta. Al cambio turno i dipendenti escono frettolosi, occhi bassi e passo svelto. C’è chi deve correre a casa per il pranzo e chi deve prendere l’autobus. In pochi si attardano a commentare la notizia che ha sconvolto il mondo dell’auto, fa caldo dentro e fuori le tute bianche Fca.
I DIPENDENTI. «Sono di Pomigliano, a Marchionne posso solo dire grazie» dice un ragazzo mentre raggiunge l’autobus. Ciro è un trasfertista. Ce ne sono 400 come lui in Sevel. Sono i dipendenti di altri stabilimenti Fiat che vengono a dare una mano nello stabilimento abruzzese che per numeri e produzione arranca sotto il peso crescente delle richieste di mercato. Altri due dipendenti, uno di Pomigliano, l’altro di Melfi, scambiano alcune parole. «Ha tirato fuori la Fiat da una brutta epoca. La pausa? È giusto: le hanno date per chi ha creato la Fiat e per chi l’ha salvata». «A Melfi», dice Francesco, «produciamo la Jeep. La fabbrica ha cambiato totalmente volto, grazie a lui abbiamo rivoluzionato il modo di produrre, siamo cresciuti professionalmente». «Mi dispiace per la sua morte», dice una ragazza, da 13 anni in Sevel, «è stato un grande manager e un grande uomo. Dispiace anche per chi lo critica, in fondo lui ha fatto il suo mestiere. Ricordo ancora quando nel 2009 lavoravamo una settimana sì e due no. Adesso i conti Fiat sono tornati a posto». «Il futuro non sarà lo stesso senza di lui», si lascia sfuggire un team leader, «era un italiano, un abruzzese, ci teneva alla Sevel. Chi verrà dopo di lui ha una strada già avviata, ma anche una grande responsabilità».
I SINDACATI. «Ha preso in mano la Fiat nel 2004 sull’orlo del fallimento e l’ha trasformata in una grande multinazionale», osserva Domenico Bologna, Fim. «Con lui abbiamo siglato accordi a volte sofferti ma sempre fondamentali per la salvaguardia degli stabilimenti italiani», dice invece Nicola Manzi, Uilm. «Il mondo dell’industria automobilistica internazionale perde uno dei suoi maggiori protagonisti», dice Gianluca Gagliardi, Fismic. La Fiom ha volutamente tenuto un profilo basso: «Marchionne è stato colui che ci ha cacciato fuori dalla Fiat e che ha fatto uscire il gruppo da Confindustria», dice Davide Labbrozzi, Fiom Chieti, «dispiace per l’uomo, la cui morte merita rispetto, ma non abbiamo condiviso molte delle sue scelte».

