La vedova Fattiboni «Grazie Pescara per averci aiutato»

8 Febbraio 2020

Parla per la prima volta Lilly, la moglie dell’escursionista ritrovato morto a Caramanico. E racconta 16 mesi d’inferno

PESCARA. «Perdere mio marito è stato devastante, un’ esperienza bruttissima, soffro tantissimo e non so darmi pace. Ma ora l’importante è averlo riportato a casa, a Brugherio. Ai funerali c’era tantissima gente che ci ha testimoniato affetto e solidarietà. Una parte del mio cuore, però, resterà per sempre a Pescara. Grazie a tutti coloro che ci sono stati vicini in questi mesi difficili».
Parla per la prima volta Filomena Squillace, detta Lilly, 80 anni, di Catanzaro, vedova di Carlo Rodrigo Fattiboni, l’escursionista scomparso il 3 settembre 2018 e ritrovato senza vita il 23 giugno 2019 in un dirupo, tra la vegetazione della Valle dell’Orfento, a Caramanico. Nei giorni scorsi la cerimonia funebre, nel milanese. Lilly Fattiboni è stremata. In lacrime, racconta quei mesi d’inferno. Attorniata dalle figlie Francesca e Ines e il resto dei familiari, rompe il suo naturale riserbo dopo essere rimasta in silenzio per 16 mesi: 9 dall’avvio delle ricerche da parte di un centinaio di soccorritori provenienti da mezza Italia. Gli ultimi 7 vissuti a Pescara, nella casa albergo di viale Palizzi, in attesa che la magistratura le riconsegnasse i resti ossei del marito custoditi in una cella frigorifera dell’unità di Medicina legale della Asl di Pescara.
Signora Fattiboni, perché ha deciso di rompere il silenzio?
Col cuore, insieme ai miei, voglio dire grazie a tutti coloro che ci hanno aiutato, con forza e una dedizione straordinari. Sono stati mesi difficili. Grazie a tutti, a partire dal prefetto Gerardina Basilicata che è stata carinissima, ai vigili del fuoco, la protezione civile, i carabinieri e la cittadinanza di Caramanico e Pescara, gli speleologi, l’associazione Penelope di Alessia Natali, la Caritas. Grazie a tutti, non voglio dimenticare nessuno. Un altro grazie di cuore va agli ospiti della casa albergo “La Pineta” che mi hanno accolto con amore, con tenerezza si sono approcciati alla mia sciagura, non mi hanno mai fatta sentire sola con il mio dolore.
Come sono stati questi mesi di attesa?
Terribili. Lunghi. Infiniti. Mi alzavo al mattino con la speranza e mi addormentavo con la disperazione.
Cosa è accaduto quel pomeriggio a Caramanico?
Erano circa le 17, mio marito aveva ricevuto in dono un bastone da nordic walking dalla famiglia di un suo amico deceduto. In realtà erano due, ma lui ne volle uno solo. Prima di uscire dalla pensione, mi disse: «Pasticcio («mi chiamava affettuosamente così perché pasticcio con i colori nella mia vita artistica») vado a provare questo bastone, lo stesso che poi non è stato mai ritrovato, come se lo avesse voluto portare per sempre con sé. Avrei voluto dirgli: non andare, è tardi, tra non molto sarà buio. Non l’ho fatto e ora ne porterò per sempre il rimorso.
Pensa che lo avrebbe fermato?
No. E neppure avrei voluto. Sono stata sempre custode della sua libertà.
Che uomo era suo marito?
Speciale, riservato, silenzioso, amava quei luoghi dell’Orfento, il suo romanticismo lo ha ucciso. Ora è finalmente a casa, con noi. Ai suoi funerali c’era una folla immensa. Voglio ricordarlo sempre con una rosa e un libro in mano: così tornava ogni sera da me.