«Lasciami, lasciami»: il grido che ha incastrato l’assassino

Le urla della vittima catturate dal microfono delle telecamere dell’abitazione Lo inguaia anche la relazione del Ris: quei fili non potevano reggere il peso di lei
LANCIANO. «Lasciami, lasciami». Le grida disperate di Annamaria D’Eliseo, mentre veniva strangolata e uccisa dal marito Aldo Rodolfo Di Nunzio, sono state registrate dal microfono delle telecamere di sorveglianza che si trovano all’esterno della villa di contrada Iconicella, a Lanciano. È questa la prova regina che incastra l’assassino. Quell’audio, risalente al 15 luglio 2022 e analizzato dai carabinieri della compagnia di Lanciano nel corso di una recente consulenza tecnica, si aggiunge agli altri indizi che sono stati raccolti in un anno e mezzo d’inchiesta e che hanno finito per inguaiare l’indagato, vigile del fuoco in pensione, da ieri pomeriggio rinchiuso in una cella del carcere di Villa Stanazzo. Fin da subito, d’altronde, gli investigatori dell’Arma hanno sostenuto la tesi dell’omicidio, reato contestato dalla procura all’ex pompiere già dal giorno in cui è stato compiuto il delitto.
LA RELAZIONE DEI RIS
Determinante è stata anche la relazione tecnica depositata dai carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche. I militari hanno sottoposto a prove di trazione i cavi elettrici con i quali D’Eliseo – in base al racconto del marito – si sarebbe suicidata, accertando in realtà come questi non siano capaci di sopportare un peso superiore ai 57 chili senza rompersi. Risulta quindi impossibile che la donna, che pesava più di 75 chili, si sia impiccata con i cavi di cui sopra senza lesionarli o deformarli.
GLI ALTRI INDIZI
Dal sopralluogo dei carabinieri è emerso come non ci fosse un punto adeguato per ancorare i fili elettrici al soffitto. E c’è di più: la presenza di una ragnatela intatta nel posto in cui Di Nunzio afferma di aver trovato la moglie rende altamente improbabile il suo racconto. Sono venute fuori anche ulteriori incongruenze tra gli accertamenti effettuati dai militari dell’Arma e quanto dichiarato dall’indagato nell’immediatezza dei fatti. Per l’accusa, non può corrispondere al vero che l’ex vigile del fuoco abbia visto la coniuge con il cavo girato quattro o cinque volte intorno al collo, perché, in quel caso, il solco sarebbe stato più di uno. Analogamente, sempre in base alla versione sostenuta dalla procura, non può essere credibile che l’uomo abbia rinvenuto Annamaria sospesa dal suolo a circa 20 centimetri, poiché la dinamica dei fatti è assolutamente incompatibile con una impiccagione completa. Di Nunzio, tratteggiato da più di un testimone come un pensionato dalla personalità violenta, ha sempre respinto le accuse. Lo ha fatto la notte dopo l’omicidio, quando è stato interrogato in caserma. E lo ha fatto pure l’11 settembre scorso, rilasciando dichiarazioni spontanee davanti al tribunale del Riesame dell’Aquila, al quale si era rivolta la procura dopo che il giudice per le indagini preliminari di Lanciano aveva respinto una prima richiesta di misura cautelare.
LA VIDEOSORVEGLIANZA
Gli ultimi, decisivi indizi sono arrivati passando al setaccio la memoria del sistema di videosorveglianza dell’abitazione. Le immagini dimostrano che, quando è morta la collaboratrice scolastica, all’interno dell’abitazione c’erano solo i due coniugi. Ma c’è molto di più: «Lasciami, lasciami», ha urlato Annamaria, implorando pietà a chi le stava togliendo la vita. Poi, il silenzio. Diciotto mesi dopo, quelle grida hanno spalancato le porte del carcere al marito.
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