Lavezzi: «Vi spiego come nasce una canzone»

7 Agosto 2016

Il musicista e produttore milanese sarà il 20 agosto allo Spoltore Ensemble

PESCARA. Leggere la biografia di Mario Lavezzi è un po' come ripercorrere la storia della musica italiana, dai Camaleonti a Battisti e Mogol, dai Dik Dik e Flora Fauna e Cemento fino a Morandi e Dalla, senza dimenticare voci femminili come Anna Oxa, Loredana Bertè, Ornella Vanoni e, per arrivare ai giorni nostri, Alexia e Alessandra Amoroso. Una vita passata a mettere insieme parole e note di alcuni dei brani più canticchiati della storia della nostra canzone.

Il compositore, produttore e cantautore milanese, sabato 20 agosto alle 21, sarà a Spoltore in piazza D'Albenzio per portare gratuitamente in tour il suo nuovo spettacolo “Come nasce una canzone” accompagnato da una band di musicisti. Un concerto che si inserisce nel ricco e variegato cartellone dello Spoltore Ensemble.

La domanda è d'obbligo: come nasce una canzone?

«E' una delle cose che mi chiedono più frequentemente e per questo ho deciso di raccontare in uno spettacolo i vari aneddoti sulla nascita delle canzoni che ho scritto. Una canzone nasce da un'ispirazione che può arrivare in qualsiasi momento. Le migliori nascono quando si è tormentati da qualcosa, ma non per forza in negativo. Un tormento d'amore, ad esempio, perché quando si è innamorati si diventa creativi, si scrivono messaggini poetici, si mandano fiori con bigliettini in cui si cerca di essere il più originali possibili. Così un musicista prende in mano uno strumento e inizia a scrivere».

Ci svela qualcuno degli aneddoti che racconterà sul palco dello Spoltore Ensemble?

«Lo spettacolo inizia con “Il primo giorno di primavera”, brano scritto per i Dik Dik nel 1968 insieme a Mogol. Il primo titolo che avevo dato era “Giovedì 19” l'ho proposto a Mogol che me l'ha bocciato subito facendomi notare che era appena uscita la canzone “29 settembre” di Battisti. E siccome le canzoni si possono costruire e modificare insieme, l'abbiamo cambiata in “Il primo giorno di primavera” che è subito diventato un tormentone».

Ha lavorato con alcuni degli artisti italiani più amati di sempre, scrivendo canzoni che non sentono il passare del tempo. Oggi, invece, i cantanti durano il tempo di un album o di una stagione. Secondo lei da cosa dipende?

«Il digitale, internet, ha rivoluzionato il modo di comunicare e consumare la musica. Oggi tutto avviene a una velocità spaventosa. La canzone la si consuma in un arco di un tempo brevissimo. Forse risentiamo anche della troppa produzione. Ma le due epoche non possono essere paragonate poiché la prima ha visto una creatività straordinaria nel teatro, nel design, nella moda, nelle arti figurative e anche nella musica, sull'onda di un fermento sociale che oggi non c'è».

Un altro Battisti, ad esempio, non potrà nascere?

«Assolutamente no. Prima si diceva che i cantanti durassero sette dischi, il produttore aveva il tempo di capirne il carattere e la personalità, faceva investimenti su di lui. In questo modo sono nati artisti come Battisti o De Gregori. Oggi invece non si riesce nemmeno a sapere il modo di pensare di un qualsiasi musicista o cantante e può essere un problema».

Quali sono le voci più interessanti della canzone italiana?

«Guardo sicuramente alla generazione di mezzo: Biagio Antonacci, Tiziano Ferro e Mengoni. Loro hanno la capacità di saper interpretare un brano, mentre i virtuosismi vocali servono a poco. Non possiamo definire cantanti Vasco Rossi, Jovanotti o Ligabue. Loro sono comunicatori, come Bob Dylan».

Le nuove tecnologie hanno cambiato tantissimo la musica, crede che ne abbia risentito la qualità?

«La tecnologia ha i suoi vantaggi, ma ha tolto un po' di verità. Se non sei un cantante molto bravo e hai qualche lacuna si può intervenire in fase di registrazione ad esempio. Inoltre il digitale ha tolto il piacere di fare musica insieme: voce, basso, piano, chitarra ecc. suonano insieme soltanto in gruppi come i Modà o i Negramaro».

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